Le villanelle alla napoletana
Nel 1200 il Vomero, la collina che domina Napoli, è ancora uno sterminato castagneto disseminato di povere costruzioni e abitato da umili lavandaie, che lavorano in centro presso le famiglie aristocratiche. La città partenopea, che è già una metropoli di 35.000 anime, si trova sotto il governo illuminato di Federico di Svevia, che in tutti i modi si sforza favorirne la crescita e lo sviluppo. Sarà grazie a lui se nel 1224 Napoli avrà la sua Università, sul modello di città evolute come Bologna, Pavia e Padova.
Un grosso filone di canto popolare fiorisce sotto gli Angioini, tra la fine del Duecento e la metà del Quattrocento. I napoletani iniziano a utilizzare questa forma artistica per riferire o commentare i fatti della città, soprattutto quelli di natura politica. Ma per assistere a una fase di vero splendore della produzione musicale occorre attendere fino al 1443, quando il governo del Regno, d’impronta autenticamente rinascimentale di Alfonso I d’Aragona, dà finalmente impulso all’artigianato, alle arti e alla cultura.
È a questo punto che il dialetto napoletano assume la dignità di una lingua ed entra trionfalmente a corte. Soprattutto grazie a Ferrante I, che tra l’altro ama circondarsi di poeti dialettali. L’altalena delle dominazioni porta nel 1502 Napoli sotto gli spagnoli, declassandola da reame indipendente a viceregno e togliendole l’autonomia linguistica. Bandito dagli atti pubblici in favore dello spagnolo, il dialetto napoletano rischia un nuovo Medioevo. Ma fortunatamente sopravvive nella cultura del popolo, tramandato soprattutto attraverso la canzone.
Nel frattempo, si sviluppa la villanella, un canto polifonico accompagnato da strumenti, di solito eseguito da musicisti girovaghi nelle campagne o per le strade della città.
La vivacità e la fantasia delle immagini evocate dagli oscuri – ma capaci – autori affascina ancora oggi. Gianleonardo Dell’Arpa, Sbruffapappa e tanti altri danno vita ad un prodotto ben strutturato, nel quale si riconosce il prototipo della canzone moderna. Un genere che rapidamente si impone all’attenzione di tutti, riscuotendo un notevole successo che dilaga ben oltre i confini del Regno.
A Napoli la villanella è amatissima dai sovrani e dai nobili. E diventa di moda nella città rinascimentale. Tra la corte di Castelnuovo e gli orti di Poggioreale e di Posillipo, presso il ceto nobile e colto, la villanella – canzone originariamente popolare – viene prima accolta e poi elaborata da musicisti capaci che ne fanno un prodotto prezioso, decisamente gradevole.
Apprezzata nelle corti dell’intera Europa, viene – soprattutto nei Paesi Bassi – imitata, senza mai negare l’origine di questa forma di canto che assume, in tutto il continente, il nome di villanella alla napoletana.
La villanella tiene banco a Napoli e nel continente per più di un secolo e mezzo. Dopo la metà del ‘600, anche per l’apparire all’orizzonte di nuove forme musicali, tutte napoletane, – il madrigale, l’opera buffa – la villanella progressivamente esce di scena. Ma non muore, con essa, la canzone popolare napoletana, che cova sotto la cenere del sentimento popolare per esplodere veramente e definitivamente circa due secoli dopo.



