Le quattro giornate di Napoli

Questa è l’immagine che molti, e per tanti anni, hanno fatto coincidere con lo spirito delle Quattro Giornate: lo scugnizzo con l’el­metto e il caricatore a tracollo, mentre si fa ritrarre dal celebre fotogra­fo Robert Capa sullo sfondo di uma scritta contro i tedeschi. Le Quattro Giornate sono ormai terminate e Robert Capa, entrato con le truppe ame­ricane in, città s’incarica di interpretare a suo modo questa vampata di lotta che è riuscita – prima città in Europa – a cacciare con la forza delle armi l’invasore tedesco, aprendo la strada all’ingresso delle truppe alleate.

La pubblicistica storica che ne seguì continuò per decenni ad inter­pretare il glorioso avvenimento su questa riduttiva falsariga: scugnizzi e indistinta ribellione contro i tedeschi, senza un comando, senza strategia, senza un respiro politico che andasse oltre l’esplosione di rabbia di una popolazione ridotta allo stremo. Fu solo questo? Anche questo, ma ben altro. Se infatti meritatamente tutti ricordano la medaglia d’oro al dodicenne scugnizzo Gennaro Capuozzo, che viene falciato da una raffica mentre tenta di attaccare, quasi a mani nude, un carro armato, poco peso si dà a tante altre figure. Ad esempio, il diciannovenne Adolfo Pansini, ucciso al Vomero nell’attacco ad un commando tedesco: una vita giovanissima, che già aveva conosciuto il carcere fascista per la sua militanza in un gruppo studentesco che da anni propagandava clandestinamente idee di libertà e di opposizione al regime.

Le Quattro Giornate furono appunto questo: una straordi­naria unità tra tante spinte e componenti. Accanto al popolo, che in quei giorni sfata il mito dei semplici lazzari, escono allo scoperto avanguardie politiche da anni attive in città. Assumono sin dalle prime ore il coordinamento e la dire­zione dei combattimenti i militari che dopo l’otto settembre avevano nascosto le armi nella speranza di tornare ad usarle contro i tedeschi. Imbracciano il fucile inso­spettabili professori e intellettuali, che negli anni bui del regime avevano organizzato clandestini cenacoli di discussione antifascista. Insomma, una unità che si riscopre per la prima volta “urbe”, città col­lettiva, coscienza combattiva. E se poi la storia successiva andrà in altra direzione – e cioè nello scomporsi di quello spirito unitario e nel degradante mercimonio di prostitute e contrabbando all’ombra della ingombrante presenza alleata – la riflessione che si apre è differente. L’analisi da fare è sulle contraddizioni più antiche della città, ma anche sul ruolo che giocò in città la presenza anglo-americana ammic­cante persino verso la camorra, indifferente verso la condizione di vita di una popolazione stremata, sospettosa nei confronti delle forze politiche che rivendicavano ruolo e autonomia. La città post bellica, quella festo­sa e plebea della Napoli laurina, fu una cesura rispetto allo spirito delle Quattro Giornate e non la sua naturale continuità.

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