La finta intesa del centrosinistra

di Camillo Caruso

Nel dibattito politico italiano esiste una categoria di proposte che, per essere definite degne di considerazione, richiedono una dose massiccia di ottimismo interpretativo. Così va considerato un certo qual entusiasmo con il quale è stata accolta la mozione unitaria di Pd, Movimento Cinque Stelle e Alleanza Verdi Sinistra che chiede il superamento del voto all’unanimità in sede europea. La furbata è fin troppo evidente: invocare una concreta capacità decisionale del parlamento europeo significherebbe occultare tutte le gravi contraddizioni interne oggi al campo largo. Ma il fatto è che la proposta non risolve alcuna contraddizione. La sposta su un altro piano, rendendola anzi ancora più evidente.

La vera intenzione dei proponenti è scoperta. Se l’Unione europea decidesse a maggioranza, nessun singolo Stato membro avrebbe da decidere alcunché sul sostegno militare all’Ucraina. Di conseguenza, né Giuseppe Conte né Elly Schlein dovrebbero assumersi la responsabilità diretta di una scelta impopolare tra i rispettivi elettorati. Sarebbe Bruxelles a decidere e Roma a eseguire. È un’astuzia politica, dice qualcuno, che permette al centrosinistra di tenere insieme anime diverse, preservando l’unità della coalizione. Il fatto è che questa costruzione può reggere a una sola condizione: che nessuno si chieda cosa accadrebbe se il superamento del veto non dovesse concretizzarsi, o se dovesse realizzarsi in tempi molto più lunghi di quelli richiesti dall’emergenza. Ed è qui che il castello di carta crolla. La mozione non è una strategia, è una scommessa sul futuro. Anzi, è peggio: è una dichiarazione di impotenza mascherata da visione europeista. I tre partiti non sono riusciti a trovare un accordo sul merito – sostenere o meno Kiev con armi e risorse – e allora hanno deciso di delegare la decisione a un’istanza superiore, facendo finta di credere che prima o poi questa si doti dei poteri necessari.

Ma questo ragionamento nasconde un difetto ancora più grave. Se davvero il superamento del voto all’unanimità risolvesse la contraddizione interna al centrosinistra, significherebbe che Conte e Schlein sono d’accordo sul fatto che qualcun altro – un organismo sovranazionale – prenda decisioni che loro non sono in grado di prendere, non essendo loro possibile condividere una specifica decisione. Questa non rappresenterebbe, però, una sintesi politica, ma piuttosto una rinuncia alla politica. È come se due coniugi in crisi decidessero di affidare il loro futuro a un arbitrato esterno, sostenendo che così il matrimonio è salvo. Il problema grave evidentemente non è risolto, è solo spostato fuori dalla porta di casa.

Per non dire, poi, della questione della tempistica. La guerra in Ucraina non aspetta la riforma dei trattati europei. Non aspetta un processo che richiederebbe anni, fatto della ricerca di consensi unanimi (ci rendiamo conto di cosa significa, vero?) e di ratifiche nazionali. Le scelte vanno fatte oggi, domani, forse la settimana prossima. La mozione parla di “intervenire con maggiore tempestività”. Semplicemente ridicolo. visto che il suo stesso meccanismo è lento per definizione.

Si realizza, così, un grottesco paradosso. Il centrosinistra, con questa mozione, in pratica dice: «Convintamente e concordemente andremo dove decideranno gli altri. Ma solo se gli altri decideranno all’unanimità di non decidere all’unanimità». Il che non rappresenta esattamente un manifesto battagliero. E nemmeno una rispettabile dichiarazione programmatica. Né tantomeno un’affermazione molto intelligente, atteso che è fin troppo evidente la furbata.

Ma c’è anche chi, rispetto a questa trovata, ha tentato di spiegarla con il richiamo alla funzione della politica di mediare tra posizioni diverse. Ora, premesso che la diversità delle idee – anche quella profonda ed insanabile – diventa sempre, nella narrazione orientata, espressione di pluralità e di  grande ricchezza di pensiero, va detto però che c’è una differenza profonda tra mediazione ed elusione. La mediazione presuppone che le parti si confrontino sul merito e trovino un compromesso. L’elusione, invece, consiste nel cambiare argomento per non dover ammettere che non c’è accordo. La mozione sul voto all’unanimità è elusione pura. Non dice se l’Italia debba o meno inviare armi all’Ucraina, non dice come e quando, non dice a quali condizioni. Dice semplicemente che è opportuno che decida l’Europa. È la politica come passaggio di responsabilità, non come assunzione di responsabilità. Ed è inutile sottolineare che c’è, al riguardo, una enorme differenza.

Promettere un’Europa che decide a maggioranza quando quell’Europa non esiste ancora, e quando la sua creazione dipende proprio dall’unanimità che si vuole abolire, non è suggestione. È illusionismo. È il gioco delle tre carte. E gli elettori, prima o poi, se ne accorgono.

La mozione unitaria non è la prova di una ritrovata intesa del centrosinistra, ma il suo esatto contrario. È l’ammissione implicita che quell’intesa è impossibile sul piano nazionale e che, quindi, l’unica via percorribile è quella di affidarsi a un orizzonte istituzionale lontano e incerto. Non è una strategia vincente. È una strategia di sopravvivenza. E come tutte le strategie di sopravvivenza, ha un difetto fondamentale: funziona solo finché nessuno si accorge che si sta andando a sbattere.

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