di Emanuela Sica
C’è stato un tempo in cui prima di dare inizio ad una guerra, di andare per mare, o per terra nell’incipit di un viaggio, di prendere una decisione capace di spostare il destino di un uomo o di un regno, si saliva a Delfi, con devozione assoluta, leggermente genuflessi, entrando nello spazio sacro di Apollo. Si poneva una domanda alla Pizia e si attendeva che dal mistero di quel luogo, tanto temuto quanto elevato spiritualmente per il contatto diretto con la divinità, emergesse una risposta. Quello che giungeva, avvolto nell’ambiguità, ma abbastanza solenne da sembrare verità, abbastanza oscuro da sopravvivere persino all’errore, era un responso che avrebbe, poi, orientato la scelta definitiva se non, addirittura, imposta. Si narra che Creso, re di Lidia, volle sapere che cosa sarebbe accaduto muovendo guerra alla Persia: la profezia che venne offerta in “dote” alle sue orecchie divenne una delle migliori lezioni sul potere “seducente” delle risposte. “Attraversando il fiume avrebbe distrutto un grande impero”: il re ascoltò ciò che desiderava ascoltare, si mosse a guadare il fiume e l’impero distrutto fu il suo. Da allora sono trascorsi secoli, sono caduti regni, dèi e templi, eppure la nostra fame di responsi “seducenti” è rimasta sorprendentemente intatta.
L’oracolo contemporaneo, a cui affidiamo il responso, ha le sembianze di uno schermo, possiede una tastiera, abita server invisibili, risponde in pochi secondi e porta un nome assai meno poetico: AI (Artificial Intelligence). Dalla sacerdotessa ha ereditato una qualità tanto potente quanto tremenda, quella particolare autorevolezza prodotta dalla forma della risposta: partendo dalla frase ordinata, muovendosi con un lessico competente, e finendo per restituire al dubbio umano una costruzione sintatticamente impeccabile, con una sola differenza riguardante il tempio. A Delfi c’erano pietre secolari, imponenti colonne, sacerdoti pronti ad accogliere le offerte e a mettere “in scena” rituali precisi in un luogo esatto, ben definito, dentro il quale collocare il responso e, insieme a questo, la responsabilità simbolica di averlo pronunciato. Per contro, l’AI vive in una geografia rarefatta, una specie di Delfi senza la montagna, dove la voce, il più delle volte, arriva prima ancora che abbiamo terminato di scrivere la domanda esatta. A questo oracolo affidiamo salute, contratti, sentimenti, strategie professionali, interpretazioni, diagnosi del presente, perfino frammenti del futuro, con una confidenza tale che definisce la narrativa più drammatica della nostra epoca: abbiamo accelerato l’accesso alla conoscenza e, insieme, abbiamo cominciato ad accelerare anche il discernimento.
Ed è qui che vorrei soffermarmi. Frequentando libri e persone che scrivono libri, mi è capitato, in diverse occasioni, di “incontrare” recensioni e articoli (solo in apparenza) perfettamente levigati ma che, nella costruzione, nelle parole, nella semantica, perfino nella disposizione di articoli, soggetti e complementi, lasciavano riconoscere i tratti stereotipati di una scrittura generata dall’intelligenza artificiale. Addirittura alcuni inventavano di sana pianta considerazioni che nel libro non esistevano. Eppure, per chi non è addentro il libro, il pezzo sembra possedere tutto l’arredamento esteriore della critica: lessico appropriato, riferimenti tematici, interpretazioni eleganti, persino quella patina di profondità che rende credibile una lettura mai avvenuta. Da qui nasce una forma nuova, quanto sofisticata, di contraffazione culturale: Peritia ficta sine experientia. Leggere significa prendere il proprio tempo e trasferirlo in un testo, abitare una pagina, tornare indietro, capire, irritarsi, sottolineare, approvare o contraddire l’autore, lasciarsi sorprendere da una frase che sposta improvvisamente il significato delle cinquanta pagine precedenti. In questo, chiamiamolo, attrito nasce e si muove la valutazione critica che possiede una temperatura corporea soggettiva, la nostra, una memoria, la nostra, e perfino una resistenza (sempre la nostra).
Una sintesi della macchina, in automatica estrapolazione del contenuto, può ricostruirne brillantemente la sagoma ma non riluce ai raggi dell’esperienza che appartiene invece a chi quelle pagine le ha attraversate. Resta nel buio dello scontato, del già letto, del già sentito. E dove le mettiamo quelle sovrabbondanti negazioni che “sfrantumano” anche la santità di un asceta? Fateci caso, l’AI vi dice prima cosa non è per poi dirvi cosa è. Invece di scrivere: «Questo romanzo racconta la solitudine di una generazione» la macchina preferisce: «Questo romanzo non è soltanto la storia di un individuo, né una semplice cronaca generazionale, e non si limita a descrivere un disagio esistenziale, ma piuttosto indaga…». Oppure, invece di dire: «Il saggio propone una critica del capitalismo contemporaneo.» produce: «Non si tratta di un pamphlet ideologico, né di una denuncia generica, e non vuole essere una mera analisi economica; piuttosto, il testo si configura come…»
Il problema, naturalmente, non è l’uso dell’intelligenza artificiale come strumento di ricerca o di confronto, ma la sostituzione dell’esperienza con una risposta soltanto plausibile. Nel momento sacro, in cui mettiamo il nostro nome sotto un testo completamente generato da una macchina accade qualcosa di più grave della semplice scorrettezza verso il lettore: deleghiamo alla macchina l’esperienza che dovrebbe appartenere solo alla nostra. Crediamo (ciucciamente) di aver creato mentre abbiamo solo assemblato, crediamo di aver giudicato mentre abbiamo ricevuto un responso, crediamo di possedere una voce mentre stiamo indossando quella media statistica di molte altre voci che non saranno mai la nostra.
Tuttavia, sarebbe un sacrilegio trasformare tutto questo in un processo sommario contro l’intelligenza artificiale. La macchina possiede capacità straordinarie, attraversa quantità sterminate di documenti, mette in relazione fonti lontane, accelera ricerche bibliografiche, apre archivi, confronta testi, individua connessioni, rende praticabili in poche ore indagini che avrebbero richiesto settimane. Nel diritto, nella ricerca, nella medicina, nello studio, nell’editoria e in molti altri campi sta già modificando il rapporto fra tempo umano e quantità di conoscenza disponibile. Ed è precisamente la sua potenza a rendere necessaria una cultura del limite. Facciamoci una domanda, quando inizia allora il problema? Forse nel momento in cui l’accelerazione della conoscenza diventa delega del discernimento. Abbiamo costruito uno strumento capace di accompagnare il pensiero e rischiamo di utilizzarlo per risparmiarci la fatica di pensare, è esattamente la tentazione antichissima rivestita di silicio: consegnare altrove il peso della scelta e conservare per noi soltanto il conforto della risposta, perché poi l’aspetto più insidioso riguarda proprio il linguaggio della certezza. Se leggiamo una frase grammaticalmente impeccabile, una costruzione dotta e ben ordinata che esercitano autorità e fiducia, accompagnati da un tono sicuro, in chi legge accade una frattura: si cancella la percezionde che separa plausibilità, conoscenza e verità. Così vediamo un errore presentarsi vestito perfettamente da competenza e attraversare la acquisizione con l’eleganza di un ospite atteso e soprattutto importante. Fare come Creso ci porta ad essere dei perfetti Cre+tini, lui possedeva una risposta, la considerava autorevole, vi aveva letto la conferma di ciò che desiderava e poi? Poi attraversò il fiume e sappiamo esattamente come andò a finire. Allora, la vera alfabetizzazione all’intelligenza artificiale che ci attende è imparare a interrogarla conservando la proprietà della domanda, utilizzare la sua velocità mantenendo umano il tempo del giudizio, sfruttarne la potenza senza consegnarle quella responsabilità che comincia esattamente dove termina il calcolo. Perché ogni epoca costruisce i propri oracoli, e ogni oracolo finisce per raccontare soprattutto la fragilità di chi lo consulta…ma il fiume siamo noi a doverlo attraversare.
Se vi va di continuare questo viaggio tra oracoli e intelligenza artificiale, ditelo al direttore: di fiumi da attraversare ce ne sono ancora tanti…

