La Mongolfiera e quella apparizione della Vergine Maria

 
L’Almanacco di oggi inizia dalla Mongolfiera che il 19 settembre del 1783 i fratelli Montgolfier chiamano l’aerostato “ad aria calda” e che viene innalzato alla presenza del re Luigi XVI, nei Giardini di Versailles. L’aerostato prende poi il nome di mongolfiera. Ed è dall’alto che comincia il nostro viaggio che vi fa vedere, nello stesso giorno ma del 1783, i due pastorelli, Melanie Calvat e Maximin Giraud, mentre appare loro, a La Salette, la Vergine Maria, nota da allora come ‘La Madonna de La Salette’. Sempre  dall’alto ci avviciniamo alla cupola nord dell’Osservatorio astronomico di Capodimonte dove nel 1852 Annibale de Gasparis copre l’asteroide 20 Massalia. Torneremo presto a Napoli, ma ora planiamo lentamente su New York per assistere all’ultima rapina compiuta nel 1900 da Butch Cassidy e Sundance Kid. Come promesso rieccoci a Napoli per scoprire che sta guardando dall’ alto il meraviglioso paesaggio di questa Città cara a Partenope Salvatore Di Giacomo, autore  delle più belle poesie il cui lirismo ha consentito a grandi Musicisti di abbinare la colonna sonora. Fu proprio Di Giacomo, a corto di ispirazione e soprattutto di danari, a chiedere alla Casa che gli ricordava che il termine contrattuale per la consegna delle poesie era scaduto, di avvalersi della Mongolfiera . E fu vedendola dall’alto che venne alla luce uno dei brani che è un vero atto d’amore verso la sua città, di cui riporto i versi più significativi senza trascurare che, nella prima edizione, Francesco Paolo Tosti aggiunse la Musica alla Poesia. L’esordio dell’autore risale al 1882, quando la casa editrice Ricordi lo mise sotto contratto e fece pubblicare Nannì e E ghiammoncenne me’. Alcuni suoi versi del 1885, non particolarmente amati dall’autore (tanto da non essere inseriti nelle raccolte da lui curate personalmente), sono stati musicati dal compositore abruzzese Francesco Paolo Tosti per quella che resta una delle più famose canzoni in dialetto napoletano.          

“A ll’unnece lu vico s’è scetato

pe lu rummore ca fanno li suone;

da vascio, nu cucchiero affemmenato

se sta sbrucanno sotto a nu barcone.

Ncopp’a nu pandulino accumpagnato

isso s’ammullechea cu na canzone;

nzuocolo se ne va lu vicenato:

‘Che bella voce, neh, che spressione!’

Arapela, Nannì, sta fenestella!

Siente la santanotte, anema mia!

Salutame, Nannì, cu sta manella!

E addereto a li llastre fa la spia,

cu ll’uocchie nire nire, Nanninella…

Ah! ca mo moro pe la gelusia!”…

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