A tu per tu
i santi e i morti nella Napoli porosa
a cura di Camillo Caruso
A dimostrazione della “porosità” della città di Napoli, tanto cara al filosofo Benjamin, c’è la capacità dei napoletani di parlare – a tu per tu – con i Santi e con i morti. Con lo stesso linguaggio e con la stessa naturalezza. Perché la porosità della cultura locale non prevede alcuna netta separazione tra il mondo dei vivi e quello dei morti. A testimonianza di tutto ciò, possono valere alcuni brevissimi stralci di celebri dialoghi tenuti con San Gennaro. Esemplari testimonianze del particolare rapporto che i napoletani hanno con il loro Santo protettore.
Nel 1966 esce un film godibilissimo, firmato da Dino Risi, con il titolo di “Operazione San Gennaro”. Interprete principale Nino Manfredi, con Totò ed altri ottimi attori. La storia è quella del furto del tesoro di San Gennaro che viene perpetrato, ma poi, alla fine, finisce come soltanto poteva finire: con San Gennaro portato in processione dalla popolazione, con addosso tutto l’oro che gli è stato restituito.
Il personaggio principale, Dudù, interpretato da Nino Manfredi, prima di compiere il furto si reca nel Duomo per essere autorizzato dal Santo a compiere il “prelievo” e, quindi, per evitare di fargli uno sgarbo.
Prima che possa parlare, Dudù deve attendere che una signora finisca il suo colloquio con il Santo, che è il seguente:
“Io ‘a cartolina l’ho spedita, come hai detto tu. Con i trecento punti. E come mai non è arrivato niente? La lavatrice non è arrivata! Io aspettavo a te che ci mettevi ‘na bbona parola!”.
Liberata finalmente la postazione davanti al simulacro, viene il momento dell’intervento di Dudù:
“San Gennà… anzi… Gennarì, è vero, in passato c’è stata qualche incomprensione tra di noi, ma, come si dice, mettiamoci una pietra sopra. Chi ha dato ha dato e chi ha avuto ha avuto… Io sono venuto a parlarti da uomo a uomo…” E via di questo passo…
Ma c’è un altro documento – questo più noto perché molto più vicino nel tempo – ed è quello di Massimo Troisi che, in uno degli sketch più famosi e più significativi del periodo de “La smorfia”, prima che arrivi Lello Arena a disturbarlo, così inizia il suo dialogo con il Santo:
“San Gennà, io sto qua… tu già mi conosci… io so’ sempe chillo ca si mme putisse fa’ chella grazia… Io nun avessa parlà proprio, eh, San Gennà…Tu già ‘o ssaie: io so’ cliente ccà… Eh, sì, ca me vuleva ‘a chiesa affianco, ma io ‘aggio ditto: ma pecché? Io me trovo bbuono, San Gennaro nun me fa mancà niente e io vaco llà… San Gennà, si putisse anticipà ‘nu poco ‘e pratiche ‘e chella grazia…”
Se a tutto ciò aggiungiamo anche soltanto l’amorevole cura per le “anime pezzentelle” dedicata dai napoletani presso la Chiesa del Purgatorio ad Arco (in via Tribunali) o presso il Cimitero delle Fontanelle, e se aggiungiamo magari anche il culto per la Bella ‘Mbriana e per il Munaciello, cominciamo a renderci conto di quell’aspetto particolare della cultura napoletana che, unica al mondo, riesce ad esorcizzare la morte con l’amore e con il gioco. E si comprende anche il senso della porosità “verticale”, che mette in comunicazione la città con il suo sottosuolo, con le catacombe e con la vita dell’aldilà.
Questo legame è stato sempre talmente forte, da preoccupare non poco la Chiesa, tanto che il cardinale Ursi proibì, nel 1969, il culto dei teschi. Naturalmente invano. Le offerte alle anime pezzentelle continuano ad esserci come prima e, con esse, il particolare, intenso dialogo dei napoletani con il mondo dei morti.

