Tajani e Vannacci: una gonna per due
Panem et circenses. Dopo duemila anni, ancora ci nutriamo così. Forse potrà scarseggiare il pane, ma il circo – con il suo ricco gossip quotidiano – la politica non ce lo farà mai mancare.
Il 19 settembre, dal palco di “Itaca” a Formello, Antonio Tajani – vicepremier, ministro degli Esteri, uomo che per mestiere si occupa di diplomazia internazionale – ha spiegato quale consiglio darebbe a suo figlio sulla scelta della compagna di vita. Meglio – ha detto il leader di FI – una donna “meno appariscente ma più seria e affidabile, che ha le gonne un po’ più lunghe”, perché quella più affascinante “magari ti tradisce”, mentre la prima “ti mantiene la famiglia, sta là, quando la chiami c’è”. Tre giorni dopo, Vannacci ha rilanciato la questione con la sua battuta da caserma: “Tra una donna con la gonna lunga e una con la gonna corta, io una donna la preferisco sempre senza”. E l’Italia ha passato una settimana a discutere di questo. Non di salari. Non di sanità. Non di immigrazione. Ma di quanti centimetri di stoffa servano per essere una brava moglie.
Non è pane e circo. È gossip e politica. Ma il connubio vale altrettanto. E forse è il caso di chiarire che la classe politica italiana vive il sesso in tre possibili registri. Tre registri intercambiabili. Spesso nello stesso giorno e talvolta nella stessa persona. C’è il registro predicatorio, quello di chi sale su un palco a dispensare morale domestica, come se il Paese fosse un condominio di cui è amministratore. E come se la donna fosse un’auto usata da valutare per chilometraggio e affidabilità. C’è il registro dell’indignazione, che è il rovescio esatto della stessa medaglia: “parole vergognose”, “espressioni indegne di un ministro della Repubblica”. E in poche ore un consiglio matrimoniale diventa un caso nazionale, con una prevedibile gigantesca cassa di risonanza. E c’è il registro del gossip, che in questo Paese ha una storia lunga e illustre. Un elenco glorioso di amanti – di Vip e di parlamentari – conferma che il sesso in Italia non è mai stato un fatto privato. È un capitolo della storia pubblica. Con nomi, date e fotografie. E con narrazioni ricche e articolate che appassionano lo stivale.
Poi c’è, intanto, il paese reale. Il paese vero. Quello dell’italiano comune. Che lavora. Che paga le tasse e prende l’autobus. Il paese della moglie che porta avanti la casa e la famiglia. E che – se è fortunata(?) – va anche a lavorare fuori. In ufficio o al supermercato. Ebbene, viene da chiedersi: ma il paese di questo italiano qua chi ce lo racconta? Dell’italiano che non fa gossip. Che non fa notizia e, quindi, non entra nelle cronache dei giornali. E che se viene qualche volta raccontato, appare appena sullo sfondo. Indefinito. Sfumato nei contorni. Dell’italiano che viene citato giusto qualche volta. Ma non certo sui palchi della politica. Dell’italiano che non fa cronaca. Perché risulta immobile. Amimico. Sempre uguale a se stesso. E dunque… abbondantemente conosciuto.
Ma siamo proprio sicuri di conoscerlo bene? Siamo del tutto certi che questo italiano – che qui rappresenta la buona coscienza civile – sia proprio statico, statuario, ligneo o marmoreo?
Il Censis, nel marzo 2026, ha pubblicato un rapporto dal titolo che vale da solo un editoriale: Il piacere degli italiani. Come cambiano i costumi sessuali. A leggerlo si resta un poco scossi. Ci viene da guardarci allo specchio, per avere conferma della nostra identità. Dal rapporto scopriamo che, in venticinque anni, le donne con un solo partner sono passate dal 59,6% al 27,6%, quelle con sei o più partner dall’8,4% al 21,8%. Che la quota di donne che distingue il piacere dall’amore è salita dal 35,7% al 56,4%, mentre per gli uomini è rimasta pressoché ferma: dal 58,6% al 61,2%. Come se costoro avessero già capito tutto nel 2000 e stessero seduti ad aspettare che le donne li raggiungessero. Il 78,8% delle donne prende l’iniziativa nel rapporto sessuale. E il 63,7% ritiene superata la rappresentazione dell’uomo cacciatore e della donna preda. E poi, c’è il dato che fa sorridere, perché smentisce con eleganza ogni retorica: i rapporti a tre o più persone nell’ultimo quarto di secolo sono passati, per le donne, dallo 0,7% all’1,8%, mentre per gli uomini sono esplosi dal 3,2% al 20,1%.
Da tutte le pagine del rapporto Censis, insomma, si ricava che la donna descritta a Formello – morigerata, gonna lunga, immobile in cucina in attesa della telefonata – non esiste nelle statistiche. Non esiste proprio per niente, oggi. Ma verosimilmente non esisteva nemmeno nel 1950. Era presente solo nei discorsi dal palco, dove gli antesignani di Tajani la citavano. E dove evidentemente abita ancora.
Il punto è che il sesso, nella politica italiana, è un moltiplicatore di consenso a costo zero. Costa poco parlarne e garantisce un’ampia copertura mediatica. Permette di posizionarsi moralmente senza mai affrontare un tema di sostanza. Tajani ha parlato di donne e gonne e ha avuto un notevole risalto nei notiziari. Se avesse parlato di crisi internazionale, il servizio del telegiornale sarebbe durato novanta secondi.
Tajani e Vannacci meritano, a questo punto, un ringraziamento. Non per quello che hanno detto, ma per quello che hanno fatto emergere: la misura esatta di quanto, in Italia, il discorso pubblico sul sesso sia ridotto a una sequenza di ovvietà, recitate con la solennità di un giuramento. Perché di fronte a questi temi scatta sempre il riflesso condizionato del luogo comune: tutti si sentono in dovere di ribadire i concetti dei Padri Costituenti, di evocare la famiglia come baluardo, di ricordare che esiste una “retta via” e che qualcuno, evidentemente, la presidia. Nessuno, però, si prende la briga di verificare se quella retta via esista davvero, o se non sia piuttosto il residuo di una mappa disegnata per un altro paesaggio.
La questione non è che i dati del Censis siano sorprendenti. La questione è che nel discorso pubblico vengono sistematicamente ignorati. Come se la statistica fosse un genere letterario minore e il palco una fonte più autorevole del reale. Il punto è che quel mondo che cambia – fatto di donne che prendono l’iniziativa, che distinguono il piacere dall’amore, che hanno molteplici partner o nessuno, che scelgono e non subiscono – non chiede il permesso a nessuno. E soprattutto, non chiede di essere compatito o redento. Chiede solo di essere considerato allo stesso titolo di quello che si ostina a difendere un’immagine di donna che, a voler essere onesti, non è mai stata un ritratto ma piuttosto un manifesto.
Qui sta l’ipocrisia che nessuno vuole evidenziare: gli pseudomoralisti che salgono sul palco per proteggere la gonna lunga, la famiglia tradizionale, i valori non negoziabili, hanno nella stragrande maggioranza dei casi svoltato quell’angolo da decenni. Hanno amanti, hanno divorzi alle spalle, hanno vite sessuali che non coincidono minimamente con la morale che predicano. Non è un dettaglio privato: è la sostanza della loro credibilità pubblica. Perché non si può predicare la gonna lunga indossando la gonna corta e pretendere che il paese reale – quello che lavora, prende l’autobus e non fa gossip – continui a credere alla recita.
Forse è il caso di rovesciare la domanda. Non di chiedersi quanti centimetri di stoffa servano per essere una brava moglie, ma quanto coraggio serve per ammettere che la politica italiana preferisce parlare di gonne perché parlare di diritti, ma – soprattutto – di capacità, di merito e di morale risulterebbe molto più ostico. E non farebbe la stessa audience.
Tajani e Vannacci non hanno sbagliato. Hanno semplicemente detto, ad alta voce, quello che – secondo la loro personale visione – il sistema è disposto a premiare. Il problema non è la loro battuta. Il problema è il pubblico che ne continua a ridere.



