Requiem per uno slogan

C’è una frase che, nella storia politica italiana recente, ha avuto la forza di un dogma e la fragilità di un castello di sabbia: “Uno vale uno”. Tre parole che, per anni, hanno risuonato come un mantra nelle piazze digitali e fisiche del Movimento 5 Stelle, promettendo una democrazia orizzontale, senza gerarchie, senza primi della classe. Poi è arrivata Elly Schlein e, con il garbo di chi affonda il coltello sorridendo, ha rovesciato lo slogan come un calzino: «Generosi sì, ingenui no. Non è che uno vale uno». E giù applausi nella sala della Direzione del Pd, giovedì scorso, come se qualcuno avesse finalmente detto ad alta voce ciò che molti pensavano sottovoce.

Ma la questione, a ben guardare, è assai più antica di qualunque polemica tra alleati riottosi. È una domanda che attraversa la filosofia, la letteratura e la politica da millenni. Ma davvero uno vale uno?

Partiamo da lontano. Già nella Politica aristotelica si faceva distinzione tra uguaglianza aritmetica e uguaglianza proporzionale. La prima – un uomo, un voto – è il fondamento della democrazia. La seconda – a ciascuno secondo il merito, il contributo, la competenza – è il principio che regge qualunque organizzazione che voglia funzionare senza schiantarsi contro il muro della realtà. Le due uguaglianze non si escludono, ma neppure coincidono. Confonderle è l’errore che trasforma un ideale nobile in una caricatura.

E questo Orwell lo sapeva bene. Ne La fattoria degli animali, il settimo comandamento “Tutti gli animali sono uguali” viene notoriamente corretto in “Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri”. È la parabola perfetta di ogni egualitarismo che, negando le differenze, finisce per produrre nuove e più ipocrite gerarchie. I maiali di Orwell non aboliscono il potere: semplicemente lo esercitano fingendo che non esista. E da quel che sappiamo della piattaforma Rousseau del Movimento, il paragone, che può sembrare irrispettoso, non è del tutto peregrino.

Perché il problema dello slogan “Uno vale uno” non è mai stato etico. Chi mai potrebbe contestare la pari dignità di ogni essere umano? Il problema è sostanzialmente politico. Dire che uno vale uno in senso assoluto significa negare che esistano competenze, esperienze, pesi specifici diversi. Significa sostenere che il parere di un virologo e quello di un no vax valgano lo stesso nella gestione di una pandemia. Che un partito al 10% e uno al 24% debbano avere identica voce in capitolo nella scelta del candidato premier. Che, insomma, la consistenza sia un dettaglio trascurabile.

Schlein ha colto il punto con precisione chirurgica: «In qualsiasi altro Paese europeo il partito che ha un voto in più guida il governo. Si chiama democrazia, non egemonia». La frase è elegante e velenosa al tempo stesso. Rivendica un principio democratico elementare – chi prende più voti ha più peso – usando proprio il linguaggio dell’uguaglianza per smontare l’egualitarismo di facciata del suo alleato-rivale. In pratica, ha detto a Conte: caro Giuseppe, uno vale uno, certo, ma ventiquattro vale più di dodici. È aritmetica, non prepotenza.

Il leader dei 5 Stelle, dal canto suo, si trova nella posizione scomoda di chi ha costruito un’intera narrazione sull’orizzontalità e ora deve fare i conti con la verticalità del consenso altrui. La sua proposta di cercare «insieme un terzo nome» per la premiership – lanciata con il tempismo di chi vuole guastare la festa – tradisce una comprensibile preoccupazione: se uno non vale uno, allora il Movimento rischia di valere meno. Molto meno.

Ma, attenzione a non ridurre tutto a una questione di numeri, perché sarebbe cadere nell’errore opposto. “Uno vale uno” era una maschera – generosa, persino commovente nella sua ingenuità – dietro la quale si celava la complessità irriducibile della politica. Toglierla non significa abbracciare il cinismo dei numeri puri, ma riconoscere che la democrazia è un esercizio di equilibrio tra uguaglianza di diritti e disuguaglianza di funzioni. Mi spiego. In democrazia ogni cittadino ha pari dignità, pari diritti civili e politici. Un voto vale uno, tutti sono uguali davanti alla legge, nessuno nasce con privilegi giuridici. Allo stesso tempo, la società democratica richiede che persone diverse ricoprano ruoli diversi, con diversi gradi di responsabilità e potere decisionale. Un giudice, un ministro, un chirurgo, un insegnante, un calzolaio non hanno tutti la stessa funzione. E nemmeno lo stesso potere e la stessa autorità.

Questo concetto lo aveva molto chiaro Totò, che di filosofia politica capiva più di quanto gli si riconosca: «Siamo uomini o caporali?». La risposta del principe è che siamo entrambe le cose. A seconda del momento e del contesto. E che i guai cominciano quando i caporali si fingono uomini qualunque, o quando gli uomini qualunque pretendono di fare i caporali senza averne i galloni.

Nel Campo Largo che verrà – sempre ammesso che venga, e che non si schianti prima sullo scoglio dell’Ucraina, dove le distanze tra Pd e 5 Stelle sono oceaniche – la questione del “chi comanda” non potrà più essere elusa con slogan consolatori. Schlein ha rotto il velo di ipocrisia con una franchezza che le va riconosciuta. Conte dovrà decidere se accettare il ruolo di partner minoritario o far saltare il tavolo. Per il momento, l’ha buttata in calcio d’angolo: (dichiarazione di ieri in risposta alla Schlein) «Credo a questo punto che la strada sia ben chiara, non ci sono alternative, sarà la strada delle primarie».

Nel frattempo, una cosa è certa: in questi giorni si è recitato un requiem per lo slogan più blasonato dei nostri tempi. “Uno vale uno” resta un principio sacrosanto quando si parla di dignità umana, di diritti civili, di accesso alla giustizia. Ma quando si tratta di guidare una coalizione, di scegliere un premier, di governare un Paese, la verità è un’altra. E la verità – come diceva Manzoni – è una gran bella cosa, ma bisogna saperla maneggiare. Anche – o soprattutto – quando potrebbe essere usata come una clava contro i propri alleati.

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