Cicero pro domo sua

Matteo Renzi è sicuramente uno dei politici più intelligenti tra quelli che oggi circolano sulla scena nazionale. Lo dico non per simpatia personale, ma perché semplicemente è così. La sua capacità di leggere gli scenari, di anticipare le mosse, di costruire narrazioni è fuori discussione. Ed è proprio questa intelligenza a rendere ancora più sconcertante l’appello lanciato dal palco della quattordicesima Leopolda, a Firenze, quando ha invitato i centristi e i riformisti di Forza Italia ad abbandonare il loro partito per unirsi a lui. Dentro il perimetro del Campo Largo. Un appello che, a ben guardare, ha molto più a che fare con l’ambizione personale che con una visione politica credibile.

Partiamo dal merito. Renzi immagina di poter costruire, all’interno della coalizione di centrosinistra, uno spazio centrista e riformista capace di attrarre i moderati oggi collocati nel centrodestra. L’idea, sulla carta, ha un suo fascino. Ma basta grattare appena la superficie per scoprirne l’intrinseca contraddizione e conseguentemente chiedersi: che senso ha una posizione centrista dentro un’aggregazione che è strutturalmente e culturalmente spostata a sinistra? Il Campo Largo – per come si andrebbe configurando nella visione dell’ex rottamatore – dovrebbe tenere insieme tutto. Dal centro, fino all’estrema sinistra di Fratoianni, passando per il Movimento 5 Stelle di Conte che, su più di un tema, si colloca persino più a sinistra di Alleanza Verdi e Sinistra. In pratica, si tratterebbe di creare un organismo politico che rappresenterebbe l’intero arco parlamentare, con la sola esclusione della destra. Una grandiosa ammucchiata. La più grande ammucchiata che la politica italiana abbia mai concepito.

Prima obiezione: ma che senso ha questo? Nella migliore delle ipotesi, si otterrebbe che un’area moderata andrebbe ad interpretare il ruolo della netta minoranza in un’area vasta e variegata. A quel punto, ancora meno definibile di quanto non lo sia già oggi, così com’è.

E le contraddizioni? Si possono davvero ignorare? Si può seriamente immaginare di tenere saldamente insieme, sotto lo stesso tetto, il popolo dei moderati – quello che crede nel libero mercato, nel garantismo, nell’atlantismo – con i seguaci di Fratoianni e Bonelli, che sventolano bandiere di tutt’altro colore? Con i grillini di Conte, che un giorno governano con Salvini e il giorno dopo si riscoprono paladini della sinistra più intransigente? Lo stesso Renzi, dal palco della Leopolda, ha chiesto a Conte garanzie precise: mai più Salvini al Viminale, mai più Giorgetti al governo, mai dalla parte di Trump. Opinioni sacrosante, per carità. E, di conseguenza, garanzie opportune. Ma il fatto stesso di dover chiedere garanzie – magari ad alcuni alleati in particolare – dimostra quanto sia fragile e artificioso il terreno su cui si vorrebbe edificare questa coalizione. Quanto sia davvero fantasiosa ed umoristica la prospettiva.

E qui veniamo al punto dolente, quello che riguarda Renzi stesso. Perché il leader di Italia Viva, nel lanciare questo appello, commette l’errore che lo ha accompagnato lungo tutta la sua parabola politica: guardare alla politica privilegiando la propria posizione personale. Fu questo vizio a determinarne la sconfitta al referendum costituzionale del 2016, quando personalizzò oltre ogni misura una consultazione che avrebbe dovuto riguardare le istituzioni. Fu questo a provocarne il repentino oscuramento dalla ribalta, la caduta da cui non si è mai davvero rialzato. Da quel giorno, Renzi insegue un ruolo centrale che non riesce più a interpretare. Ha tentato la via dell’aggregazione centrista da posizione autonoma, creando Italia Viva e poi cercando l’unione con Calenda nel Terzo Polo. Sappiamo com’è finita: un matrimonio naufragato tra ego inconciliabili e visioni divergenti. Ora ci riprova, ma con una variante: anziché costruire il centro da fuori, vuole costruirlo da dentro il Campo Largo. La strategia è cambiata, ma l’obiettivo resta identico: ritagliarsi un ruolo da protagonista, tornare al centro della scena. E immagina di farlo, oggi, condannando il popolo dei moderati a una marginalità che sarebbe inversamente proporzionale alla sua crescita personale.

Tajani, nella sua replica, ha avuto buon gioco nel ricordare che «il centro è uno solo: Forza Italia», e che chi crede nel riformismo, nella libertà e nell’Europa ha già una casa. Si può discutere sulla solidità di questa affermazione. E, per la verità, si può discutere anche sulla capacità dell’attuale Forza Italia – infarcita di discutibili presenze, messa talvolta all’ingrasso con un pastone indefinito alla guisa di un maiale in batteria – di attrarre seriamente quel vasto mondo moderato al quale lancia occhiate ammiccanti. (Non è un mistero che Marina Berlusconi stia personalmente prendendo in mano le redini del partito). Ma è difficile negare che l’appello di Renzi suoni più come un’operazione di reclutamento personale che come un progetto politico di largo respiro.

Lo stesso Bonaccini, presente alla Leopolda in veste di presidente del PD, nel frenare sulle primarie ha ricordato che «l’unità della coalizione non è condizione sufficiente per vincere». Servono idee. Serve un progetto. Non basta mettere insieme tutti contro qualcuno.

Ecco, il punto è proprio questo. L’operazione di Renzi non sembra funzionale alla costruzione di un’alternativa credibile al governo Meloni. Sembra funzionale, piuttosto, alla crescita del suo potere personale, alla riconquista di quella centralità che gli sfugge da anni. Cicero pro domo sua, appunto. Cicerone parlava a favore della ricostruzione della propria casa, un giorno bruciata. Renzi, con l’intelligenza che gli è propria e che nessuno gli nega, sta facendo esattamente la stessa cosa. Il problema è che, in politica, le case personali difficilmente si riesce a costruirle sulle macerie dei condomìni.

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