I tagliamonte: gli invisibili di Napoli

Li chiamavano tagliamonte: uomini che tagliavano il monte. Un nome ruvido, essenziale, che diceva tutto del mestiere e nulla di chi lo praticava. Eppure, senza di loro, la Napoli che conosciamo non esisterebbe. Ogni palazzo barocco, ogni chiesa, ogni muro di cinta della capitale vicereale fu costruito con blocchi di tufo giallo, strappati al ventre della città dalle loro anonime mani.

Nel Seicento Napoli era un colosso urbano, tra le più grandi metropoli d’Europa, con quasi quattrocentomila abitanti stipati in un tessuto edilizio in continua espansione. I viceré spagnoli volevano una capitale all’altezza del loro impero. Servivano palazzi, conventi, fortificazioni. E serviva materia prima. Il tufo era lì, sotto i piedi di tutti, generoso e a buon mercato. Bastava qualcuno disposto a scendere a prenderlo.

I tagliamonte erano quei qualcuno. Cavatori di professione, organizzati in squadre, spesso legati da vincoli familiari, si calavano ogni mattina all’alba nei pozzi verticali – i pertusi – che si aprivano nei cortili dei palazzi o ai margini dei quartieri. Scendevano decine di metri lungo scale a pioli, con una lucerna a olio e gli attrezzi del mestiere: piccozza, scalpello, mazzetta, cunei di legno. Poi, nel buio umido delle gallerie, cominciavano a tagliare.

Il tufo napoletano è una roccia tenera, nata dal fuoco dei Campi Flegrei e consolidata nei millenni. Si lascia incidere, ma non senza fatica. I tagliamonte lavoravano per ore in spazi angusti, spesso in ginocchio o sdraiati, respirando polvere e aria viziata. Infilavano cunei nelle fessure e li bagnavano: il legno, gonfiandosi, spaccava la roccia lungo linee nette. Ne ricavavano blocchi regolari – le pietre di monte – che venivano trascinati fino al pozzo e issati in superficie con funi e argani.

La loro funzione era duplice e paradossale. Da un lato, erano i fornitori invisibili dell’intera macchina edilizia napoletana: senza il tufo che estraevano, architetti e capomastri non avrebbero avuto nulla da costruire. Dall’altro, scavando il sottosuolo, creavano quello straordinario labirinto di cavità che è la Napoli sotterranea: un’infrastruttura involontaria che nei secoli sarebbe servita come acquedotto, deposito, rifugio antiaereo e, oggi, patrimonio turistico.

Eppure il loro ruolo restava nell’ombra. Pagati a cottimo – tanto per ogni blocco estratto – appartenevano al popolo minuto, ai gradini più bassi della società vicereale. Nessun cronista ne celebrava le imprese. Nessun architetto li menzionava nei progetti. Morivano di crolli, di asfissia, di polmoni divorati dalla polvere. E le loro confraternite si occupavano di garantire almeno una sepoltura dignitosa e un tozzo di pane alle vedove.

C’è qualcosa di profondamente simbolico nella loro vicenda. Napoli – la città porosa, come la definì il filosofo Benjamin – è una città che si è letteralmente costruita su se stessa. E i tagliamonte sono il tramite fisico di questa metamorfosi. Trasformavano il sottosuolo in superficie, il buio in luce, la roccia grezza in architettura. Ogni palazzo che ammiriamo, nel centro storico, ha il suo negativo speculare sottoterra: una cavità vuota, sagomata dalla fatica di uomini di cui non conosciamo il nome.

Ricordarli non è solo un atto di giustizia storica. È riconoscere che le città, come le civiltà, poggiano sempre sul lavoro di chi resta invisibile.

Sign Up to Our Newsletter

Be the first to know the latest updates

[mc4wp_form id="13355" element_id="style-1"]