La potenza della pubblicità
Da sempre il cono del Vesuvio è l’icona di Napoli e del golfo. Del vulcano e delle sue devastanti eruzioni hanno lasciato tracce scritte autori di tutte le epoche, a cominciare da Plinio il Giovane. Da allora in poi ‘o Vesuvio non ha smesso di esercitare il suo fascino su poeti, scrittori, pittori, acquarellisti e incisori. Italiani, francesi, tedeschi, inglesi, russi, danesi, appartenenti ai più disparati movimenti e alle più diverse tendenze, dall’astrattismo al romanticismo, dal verismo all’espressionismo, fino alle più modeste e oleografiche ma diffusissime tele della seconda metà dell’Ottocento, ne hanno celebrato l’immagine. Naturalmente la “montagna fumante” ha ispirato anche quei particolarissimi raccontatori di Napoli che sono gli autori di canzoni. A dirla tutta, il pennacchio del Vesuvio fa dispettosamente capolino alle spalle di uno dei primissimi successi della canzone napoletana, un motivo che alla fine del secolo scorso diventò quasi un ossessivo tormentone nella sua popolarità. E che ancora oggi è abbondantemente cantato. Ma andiamo per ordine.
Fino a una certa data, per arrivare in cima al cratere esisteva un solo modo: incamminarsi a piedi su uno dei sentieri che si dipartono dai tre centri dissemina ti alle sue pendici: San Sebastiano, Boscotrecase e quello più vicino a Napoli, cioè Resina o Ercolano che dir si voglia. Magari concedendosi il lusso di procedere a dorso di un mulo o su una portantina retta da quattro facchini.
Intorno al 1870, l’intraprendente uomo d’affari Ernesto Emanuele Oblieght immaginò di poter sfruttare questo itinerario a fini turistici e avanzò l’idea di una funicolare capace di trasportare in vetta comitive di turisti.
Ottenuti i necessari permessi, Oblieght aprì i suoi imponenti cantieri, che chiusero il 6 giugno 1880, quando finalmente i primi due vagoni della funicolare del Vesuvio poterono inerpicarsi sulla montagna con il loro carico inaugurale: venti passeggeri.
Senonché, dopo una prima fase di entusiasmo, i napoletani ripresero a salire sul vulcano a piedi o a dorso di mulo. Per Oblieght e gli imprenditori della sua cordata fu un fulmine a ciel sereno. Si pensò allora di provare a pubblicizzare la funicolare con ogni mezzo, ma non ci fu il risultato sperato.
La verità era che la gente diffidava di quei trabiccoli che si arrampicavano su per la montagna e preferiva sopportare la fatica piuttosto che la paura.
Un giornalista fantasioso, Peppino Turco, andò in loro soccorso. Scrisse in poco tempo il testo di una canzone e ne affidò i versi a un giovane musicista stabiese: Luigi Denza. Era una gioiosa esortazione a salire in vetta con l’ardito mezzo e fu un successo strepitoso. Sia per la funicolare, che da allora in poi fu tranquillamente usata dai napoletani. Che per la canzone, Funiculì Funiculà, che divenne subito un grandissimo successo, che ancora oggi si canta in tutto il mondo.



