I posteggiatori: gli eroi di Piedigrotta
Maurizio Becker, che è un importante storico della canzone napoletana, ha fatto giustizia di un’arte musicale umile ma fondamentale nello sviluppo e nella valorizzazione di questo splendido prodotto.
Un violino, un mandolino, una fisarmonica sono i loro strumenti. Umili musicanti di strada, compagni delle cene dei ricchi, forzati del canto, i posteggiatori fanno parte del costume musicale di Napoli e dell’immagine italiana nel modo. Ma, attenzione: questi “artisti di strada” non sono così plebei come potrebbe a prima vista apparire.
Nel 1896 il critico Saverio Procida scriveva che “il posteggiatore è l’eroe e l’arbitro di Piedigrotta.” Non è un’esagerazione: è infatti difficile ipotizzare quanta strada avrebbe fatto la canzone napoletana (e soprattutto quanto avrebbero attecchito le canzoni cantate a Piedigrotta) senza l’aiuto dei posteggiatori. Certo è che questi umili musicanti di strada hanno rappresentato per la cultura di Napoli il più autentico legame con il suo passato oscuro e trascurato, oltre che il più efficace media a disposizione di autori ed editori per radicare le proprie creazioni nei gusti del popolo.
Secondo una nota definizione di Salvatore Di Giacomo, essi sono i cantanti popolari ambulanti che hanno la loro posteggia fissa presso determinate trattorie. La tradizione dei posteggiatori affonda in un passato remotissimo: loro credibili antenati sono i primi giullari, i “rapsodi popolari” citati da Petronio. Loro predecessori diretti sono gli antichi “cantastorie”. Loro omologhi sono senza dubbio i più rinomati “trovatori”. Insomma, la figura del posteggiatore s’inserisce in una consolidata tradizione fatta di artisti girovaghi, forse non abbastanza capaci da poter lavorare come saltimbanchi nei circhi (l’ipotesi è avanzata dal Menarini nel suo Gergo della piazza), ma comunque sufficientemente eruditi dal punto di vista musicale da riuscire a campare delle proprie performance. Esibizioni che spesso si svolgono nelle trattorie turistiche come ricorda il Di Giacomo, ma anche altrove: sulle carrozze, sulle barche, sui traghetti e, in tempi più recenti, sugli autobus, alle feste private (privilegio accordato ai più preparati di loro, i cosiddetti “gavottisti”) o semplicemente in giro per la città, senza posteggia fissa e ovunque ci sia un angolo ben trafficato in cui fermarsi col piattino.
Ciò che più conta, però, è il loro approccio strettamente musicale: armati di strumentazioni agili e funzionali (una chitarra, un mandolino o un violino, a volte una fisarmonica), i posteggiatori ripropongono e conservano la musica di Napoli nella sua veste più semplice e incompromessa, sfrondandola di ogni inutile barocchismo e dei troppi orpelli superflui cari all’industria, puntando dritto alle emozioni nascoste nel testo scelto, sia esso comico e allegro, sia esso struggente e romantico.
La loro fama valica presto i confini nazionali e dilaga in Europa. I più colti di loro, i cosiddetti “professori”, vanno a esibirsi negli hotel e nelle stazioni termali, ma anche nelle case altolocate dell’aristocrazia e nei teatri (come Eduardo Di Capua, che al Ford di Mosca viene entusiasticamente innaffiato di champagne e rubli). Già nel 1895 il potente impresario Oreste Capaccioli (direttore artistico dei maggiori café-chantant di Napoli e capoccia di un’agenzia teatrale) scrittura ben quarantasei posteggiatori napoletani su incarico dell’Esposizione italiana di Berlino. Per un ingaggio con posteggia fissa, è lecito supporre.



