Le due crisi che scuotono l’Europa

Io ritengo che la guerriglia urbana di Milano e la protesta dell’autotrasporto siano due vicende, molto gravi e clamorose, che – pur nella loro ben diversa specificità – sono figlie della stessa madre. O, quantomeno, nipoti degli stessi avi. E la sostanziale contemporaneità degli eventi va decisamente a rafforzare questo mio pensiero.

Le cronache di questi ultimi giorni mi hanno riportato alla mente due episodi che, evidentemente, erano ben incisi nella mia mente. Uno lontanissimo nel tempo. L’altro molto più recente.

Estate del 1980. Nel corso di un viaggio nel Nord Europa ho sostato diversi giorni a Copenaghen. Ho un bellissimo ricordo della capitale danese. Del suo fascino fiabesco che modellò profondamente il mondo letterario di Andersen. Ma ho anche un ricordo vivido della città, capitale della Danimarca, che incarnava, come nessuna al mondo, il “welfare state”. Per il mondo intero la piccola nazione, ponte tra il cuore dell’Europa e la Scandinavia, rappresentava lo stato sociale spinto alle sue vette più estreme e cristalline. Modello ineguagliabile di un nuovo e concreto vivere sociale. L’unico posto al mondo dove avrebbe potuto vedere la luce Christiania, concreta realizzazione dell’utopia esistenziale dei “figli dei fiori”. Trent’anni dopo già non era più così. Lo stato sociale era di fatto smantellato. Christiania degradata a fenomeno poco più che flokloristico, buono soltanto per i turisti.

Due settimane fa sono sceso dal treno a Roma Termini. L’idea era prendere un taxi. Ma all’uscita dalla stazione ho trovato una coda paurosa di persone, disposte ordinatamente in fila ad attendere il magico evento della materializzazione di una macchina bianca fornita di tassametro. Il taxi? Molto meno probabile di un terno al lotto. Ho immediatamente deciso di andare a piedi (cosa possibile) al mio appuntamento. Lungo il percorso, mi sono venuti alla mente i vari tentativi – tutti falliti – posti in essere dai vari governi, per cercare di dare una civile soluzione a quel serio problema – che fa anche immagine – che affligge la città eterna. In particolare, mi sono ricordato di Pier Luigi Bersani, che sulla soluzione ci aveva messo la faccia in campagna elettorale, che fece guadagnare allo Stato italiano una delle peggiori figure della sua giovane storia.

E veniamo a questi ultimi giorni. Due faglie profonde stanno attraversando, simultaneamente, le democrazie europee. E la loro convergenza produce un effetto sismico che non può più essere ignorato. Da un lato, la crisi dello stato sociale. Dall’altro, la crisi della rappresentanza. Vengono entrambe da lontano, ma è negli ultimi tempi che sono esplose con un sincronismo impressionante in tutti i Paesi del vecchio continente.

La caduta del governo Sanchez in Spagna e le rivolte studentesche in Francia sono solo le manifestazioni più eclatanti di un malessere diffuso. In Spagna il detonatore è stato il problema abitativo: il ceto medio e quello  medio-basso non riescono più ad accedere a una casa a condizioni sostenibili. In Francia, la scuola pubblica non è più in grado di offrire un servizio accettabile per carenza di strutture e di personale. Casa e scuola, i due pilastri su cui il welfare state del Novecento aveva costruito la propria legittimità e il proprio significato.

L’edilizia popolare – dalle case popolari britanniche degli anni Cinquanta alle “case Fanfani” in Italia – è stata progressivamente dismessa. La mano pubblica si è ritirata, nella convinzione che la crescita dei salari rendesse superfluo l’intervento diretto. Analogamente, l’accesso all’istruzione è stato ampliato senza investire adeguatamente in strutture e personale. Il risultato è un welfare che promette sulla carta ciò che non garantisce più nella realtà.

Il fenomeno non è circoscritto. Lo si vede nelle grandi città tedesche, nella realtà britannica, nel nostro Paese. I governi, di qualunque colore, devono misurarsi con finanze pubbliche in sofferenza e con una disuguaglianza crescente che alimenta rabbia e radicalizzazione. Le risposte demagogiche, prodotte da entrambe le fazioni – dare la colpa agli immigrati, invocare vetuste ipotesi di tassazioni draconiane – non fanno altro che aggravare il problema. Esasperare ulteriormente il conflitto sociale. E rendono plasticamente evidente l’incapacità della politica – di qualsiasi politica – di individuare corrette ed efficaci possibili soluzioni.

Questa crisi sociale si innesta sulla parallela crisi della rappresentanza. I corpi intermedi – quelli che l’articolo 2 della nostra Costituzione indica come collante tra istituzioni e bisogni collettivi – stanno perdendo la capacità di rappresentare persino i propri iscritti.

Il caso dell’autotrasporto italiano è emblematico. Parliamo di un settore che muove oltre il 90% delle merci su gomma, storicamente tenuto insieme dalla convergenza di interessi tra produttori, compagnie petrolifere e trasportatori. Oggi quell’equilibrio è saltato. L’industria dei mezzi pesanti non è più italiana, il prezzo del petrolio dipende dai conflitti geopolitici e gli autotrasportatori sono rimasti soli. Al Nord, le grandi imprese reggono ancora. Al Sud, i “padroncini” no. E hanno bloccato tutto. Il sindacato di categoria non riesce più a tenere insieme realtà così diverse. E, alla fine, è toccato al governo cercare il bandolo della matassa.

La diaspora dell’unità sindacale – simboleggiata dalla decisione della CISL di non aderire allo sciopero della CGIL – fotografa infine la crisi di rappresentanza. E segna il tramonto del modello di economia sociale di mercato che ha guidato la crescita europea. Cioè di quel modello economico, nato nella Germania del dopoguerra, che teorizzava l’economia di libera concorrenza, in presenza di uno Stato che aveva il compito di garantire un robusto sistema di protezione sociale, nonché di regolare il mercato affinché non producesse squilibri insostenibili. Tutto ciò è miseramente fallito. Senza che all’orizzonte si intraveda un’alternativa credibile.

Il presidente Mattarella ha evocato con il Vangelo di Luca il rischio di una società spaccata «tra pochi ricchi Epulone e tanti, tanti Lazzaro». E ha  ammonito contro l’asservimento all’algoritmo e contro il dominio di tecnocrazie legittimate dal potere economico anziché da quello democratico. Parole che fotografano il punto esatto in cui le due crisi convergono e, quindi, il nodo centrale di questo mio ragionamento:  quando il welfare arretra e la rappresentanza si dissolve – per cui si crea un micidiale “combinato disposto” – il campo resta libero per chi promette soluzioni semplici a problemi complessi. Per chi opera per inselvatichire e drammatizzare il confronto sociale.

La via d’uscita richiederebbe coraggio. Riformare il welfare, recuperando risorse dalle distorsioni accumulate per accontentare micro-interessi. Rigenerare i corpi intermedi perché parlino a un mondo del lavoro che non si riconosce più nelle fabbriche del secolo scorso. Due passaggi ineludibili. Sottrarsi a questo compito significa aprire praterie alle forze dissolutrici del tessuto connettivo delle nostre comunità. E, a quel punto, non ci saranno vincitori. Ma, inevitabilmente, soltanto macerie.

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