Ipogei ellenistici di Napoli
Nel quartiere dei Vergini, una ripida rampa di scale in pietra conduce a due ipogei funebri custoditi dall’Associazione Celanapoli. Fanno parte di una vasta necropoli ellenistica (IV sec. a.C.), all’epoca a cielo aperto, riscoperta casualmente nel 1981 dagli speleologi durante i sopralluoghi effettuati dopo il terremoto del 1980. La necropoli fu usata fino al II secolo dopo Cristo, periodo durante il quale l’area sepolcrale fu progressivamente ricoperta da dieci metri di materiale alluvionale. Nel XVI secolo, quando si iniziò a costruire nel quartiere, per procurarsi la pietra di tufo si scavò nel sottosuolo distruggendo parte dei monumenti.
Tali sepolture, molte delle quali furono trasformate in cisterne dagli abitanti dei palazzi nobiliari nel XVIII secolo, erano conosciute almeno dal 1649 quando lo storico Carlo Celano parlava già di tombaroli arrestati dalle autorità di allora. Pertanto, le tombe rimaste inviolate sono poche. Inoltre, se l’acqua conservata negli ambienti ne preservava la decorazione, fu loro inferto un colpo fatale dopo il colera del 1884 quando, per ragioni di igiene pubblica, la raccolta delle acque fu proibita. Da quel momento le preziose vestigia diventarono una discarica di macerie, fatto che rende complicati gli scavi anche oggi. Le tombe, certamente appartenenti ad aristocratici, erano scavate nella parete tufacea che si estendeva lungo il perimetro extramurario da nord ed est dell’antica Neapolis (oggi via Cristallini, vico Traetta, via S. Maria Antesaecula). Per riuscire ad immaginare come fosse la necropoli, basti pensare agli scavi di Petra in Giordania, mentre le decorazioni ricordano l’arte macedone. In realtà si tratta di costruzioni che, alla luce delle conoscenze attuali, sono assolutamente uniche.

Il primo ipogeo è denominato dei Togati, perché nella parete tufacea è scolpito un altorilievo che rappresenta due figure panneggiate a grandezza naturale, una maschile e l’altra femminile. La parte superiore dell’altorilievo, purtroppo, è coperta da un arco di sostegno che fa parte delle fondamenta del palazzo sovrastante. Lateralmente, seppur sbiadita, si nota una pantera accovacciata, elemento che rimanda al culto dionisiaco. Un varco più in basso immette nella camera sepolcrale, di circa 15 metri quadrati, non ancora accessibile perché piena di macerie.
L’ipogeo dei Melograni è meglio conservato. Nella camera funeraria, un tempo interamente affrescata, è ancora ben visibile un fregio con frutta (loto, pigna, melagrana) e uova, simboli di fertilità.
Da un’apertura nella parete laterale si intravede un’altra camera non visitabile, dove è evidente la traccia dei sarcofagi. Continuando a scendere si arriva ad una profondità di quasi 20 metri in un ambiente (detto “chianca”) destinato, fino ai primi anni del ‘900, alla conservazione di carni e insaccati grazie alla bassa temperatura. A testimonianza dell’attività svolta in questo antro sotterraneo, si vedono ancora alcune vertebre di bovino.
E’ possibile visitare, in via dei Cristallini, solo su prenotazione e in giorni prestabiliti, altre quattro tombe appartenenti alla stessa necropoli ellenica.



