San Gennaro illuminò il francese Dumas
Alexandre Dumas scrisse “Il Corricolo” tra il 1841 e il 1843, ispirato dal viaggio e dal soggiorno a Napoli e nel Sud Italia avvenuto nell’estate del 1835. L’opera risulta estremamente vivace e gradevole. Nimerosi sono gli spunti divertenti. Qui lo scrittore francese fa il suo racconto del miracolo della liquefazione del sangue.
Alle sette del mattino ci alzammo; Napoli si precipitava verso la chiesa di Santa Chiara. Non si poteva questa volta chiedere carrozza e cavalli, essendo interdetta la circolazione di qualsiasi veicolo. Scendemmo, ci abbandonammo alla folla e ci lasciammo trasportare dal suo turbine.
Il torrente ci condusse diritto a Santa Chiara. Il vasto edilizio era ingombro: ma, grazie all’ambasciata francese, avevamo avuto biglietti riservati. Alla vista dei nostri posti distinti, le sentinelle ci fecero far posto e raggiungemmo le nostre tribune.
Ecco lo spettacolo che la chiesa presentava.
Sull’ altare maggiore stavano, da un lato il busto di san Gennaro, dall’altro le ampolline contenenti il sangue.
Un canonico era di guardia innanzi all’altare.
A destra e a sinistra dell’altare erano due tribune : quella di sinistra carica di suonatori che, con gli strumenti in mano, aspettavano che si compisse il miracolo per celebrarlo; quella di destra ingombra di vecchie donne, le cosiddette parenti di san Gennaro, incaricate di stimolare il miracolo nel caso che si facesse attendere.
Ai piedi dei gradini dell’altare si stendeva una grande balaustra dove venivano a turno a inginocchiarsi i fedeli: il canonico allora prendeva la teca e la faceva baciare mostrando il sangue perfettamente coagulato. Poi i fedeli, soddisfatti, si ritiravano per far posto ad altri, che venivano a baciare la teca a loro volta, a constatare la coagulazione del sangue, poi si ritiravano cedendo il posto ai loro successori, e così di seguito.
Il resto della chiesa forma un oceano di teste umane, sul quale – come isolotti sovraccarichi di donne, uomini, piume, decorazioni, nastri, spalline e sciarpe – emergono la tribuna dei principi, quella degli ambasciatori e quella dei posti distinti. Principi, ambasciatori e posti distinti possono scendere dal loro palco, andare a baciar la teca, constatare la coagulazione del sangue e tornare al loro posto: soltanto, in quel tragitto corrono il rischio di rimaner soffocati come semplici mortali.
La prima cosa che facemmo fu inginocchiarci alla balaustra; il canonico di guardia ci presentò la teca, che baciammo; poi ci fece vedere il sangue disseccato, che si manteneva attaccato alle pareti interne dell’ampollina.
Ritornammo a prendere il nostro posto; Jadin lasciò nel percorso una falda della sua giacca, io vi lasciai un fazzoletto.
Poi aspettammo.
Le masse si succedettero così fin dal momento del nostro ingresso, cioè dalle otto del mattino alle tre del pomeriggio, quando cominciarono ad avvertirsi mormorii e alcuni malintenzionati sparsero la voce che il miracolo non si sarebbe effettuato.
Verso le tre e mezzo i mormorii aumentarono in modo pauroso: si cominciava con una specie di gemito per salire fino al ruggito. Le parenti di san Gennaro lanciarono alcune ingiurie al santo che si faceva siffattamente pregare.
Alle quattro c’ era quasi una sommossa: la folla ondeggiava, vociferava, mostrava i pugni; il canonico di guardia (d’ora in ora i canonici si alternavano) s’accostò alla balaustra e disse:
«C’è senza dubbio qualche eretico in chiesa. Che gli eretici escano, o il miracolo non si farà.»
A queste parole un clamore spaventevole si levò da tutti i lati del tempio.
«Fuori gli eretici! Abbasso gli eretici! Morte agli eretici!»
Una dozzina d’inglesi, ch’erano nelle tribune, scesero allora dal loro palco in mezzo ai gridi, agli urli e alle vociferazioni della folla; una squadra di fantaccini, condotta da un ufficiale con la spada sguainata, li circondò perché non venissero fatti a pezzi dal popolo, e li accompagnò fuor della chiesa, dove non so che cosa avvenisse di loro.
Trascorse quasi un’ ora nell’ attesa, senza che il miracolo si compisse. Ben presto i rumori ricominciarono, i brontolìi si fecero udire di nuovo, scoppiò qualche clamore selvaggio e isolato. Infine, gridi tumultuosi, vociferazioni, brontolìi, rumori si fusero in un ruggito universale di cui nulla può dare idea.
Entrarono in scena le parenti di san Gennaro: era qualcosa di orrendo, quelle venti o trenta megere che si strappavano le acconciature per la rabbia, minacciavano san Gennaro col pugno, lanciavano invettive al loro parente con tutta la forza dei loro polmoni, urlavano le ingiurie più grossolane, vociferavano le minacce più terribili, insultavano il santo sul suo altare come una plebaglia ubriaca avrebbe potuto fare a un parricida sul patibolo.
In mezzo a questa rabbia infernale, a un tratto il prete levò in alto la teca gridando: «Gloria a san Gennaro! Il miracolo è fatto!»
Allora tutto cangiò.
Ognuno si gettò faccia a terra. Alle ingiurie, alle vociferazioni, ai gridi, ai clamori, ai ruggiti successero i gemiti, i lamenti, i pianti, i singhiozzi. Tutto quel popolaccio, folle di gioia, si rotolava per terra, si rialzava, si abbracciava, gridava: «Miracolo! Miracolo!» e, agitando i fazzoletti intrisi di lagrime, domandava perdono a san Gennaro degli eccessi a cui erasi spinto nei suoi riguardi.
Nello stesso istante i musici e i cantori intonarono il Te Deum, mentre un colpo di cannone tirato dal forte di Sant’Elmo, e il cui rombo pervenne fin nella chiesa, annunziava alla città e al mondo, urbi et orbi, che il miracolo era fatto.
Il sangue era diventato perfettamente liquido.
È in questa liquefazione che consiste il miracolo.
Ed era proprio miracolo, perché era sempre la stessa teca; il prete non l’aveva toccata se non per prenderla dall’altare e farla baciare dagli assistenti, e coloro che l’avevan baciata non l’avevano perduta di vista un solo istante.
La liquefazione era avvenuta nel momento in cui la teca era deposta sull’ altare, e in cui il prete, a dieci passi circa dall’altare, apostrofava le parenti di san Gennaro.
Ora, questo miracolo è un segreto custodito dai canonici del tesoro e conservato di generazione in generazione dal IV secolo fino a noi?
È possibile; ma allora questa fedeltà, si dovrà convenirne, è ancora più miracolosa del miracolo.
Io preferisco credere semplicemente al miracolo; e, per parte mia, dichiaro di credervi.
La sera tutta la città era illuminata e si ballava nelle strade.



