I quartieri bassi e le profezie di Del Balzo

Carlo del Balzo nella sua opera Napoli e i napoletani realizza un ritratto a tinte forti della società partenopea dell’epoca, offrendo un documento storico e antropologico di grande valore. Tra le altre cose, invita gli abitanti di Napoli a scoprire i quartieri bassi, di cui tutti parlano ma che pochi hanno davvero visto: Porto, Pendino, Mercato e Vicaria. Il gran trapezio che si estende tra la via dei Tribunali e il mare.

“Sono centinaia di viottole oscure, a sghembo, insalubri, senza luce né aria. Le case, a cinque o sei piani, senza simmetria né stile, si stringono fino a soffocare chi le percorre. Portoncini, scalette erte, androni in cui bisogna accendere il lume a mezzogiorno. Sugli usci dei bassi, le comari si fanno la testa, fanno le calze, puliscono i bimbi in camicia col viso schizzato di fango. In fondo, nel buio, una cantina col suo bancone di bicchieri: lì il buon popolo napoletano vive e ama, quando non vi si ammazza. In un angolo una mamma allatta il suo bambino mentre l’uomo dorme ubriaco; un giovinetto suona la chitarra e canta dolcemente; un lazzarone contempla i suoi maccheroni con tutta l’anima nella bocca spalancata.

Questi quartieri sono il grande opificio di Napoli. Le vie conservano i nomi antichi delle arti: Bottonari, Chiodaroli, Tornieri, Taffettanari, Orefici. Le vie degli orefici sono le più strette e oscure: i banconi delle botteghe opposte quasi si toccano, e i sensali sorvegliano ogni passante, vera polizia del quartiere. Ovunque un movimento incessante: mercanzie d’ogni sorta, balle di lana, scialli, seterie, commestibili, e un popolo vario e tumultuoso che si urta, si pigia, brontola e gesticola.

Eppure, tra queste spire, si pensa e si studia senza volerlo. Da un lato Castelcapuano, reggia normanna; dall’altro le torri di Castelnuovo, dimora angioina e aragonese. E poi il palazzo di Lucrezia d’Alagno, l’Annunziata, il Monte dei Pegni, la statua che il popolo chiama ‘o rre ‘e Miezocannone e ‘a capa ‘a Napule. Tanta storia scritta su queste mura”.

Ma del Balzo non esita: bisogna spazzare via tutto questo. Napoli non sarà civile con questi quartieri che annidano nel sudiciume i germi del delitto, la peste sociale, l’ignoranza e la camorra. L’istruzione è una gran cosa, ma prima vengono la nettezza, l’aria, la luce. Dove c’è tenebra e sozzura, dove si sta in quattro o cinque nello stesso stambugio, non ci sarà morale né sentimento del dovere. Bisogna demolire, costruire vie larghe e diritte che sbocchino tutte sul mare.(Di lì a poco ci fu, proprio a partire da quei quartieri, l’epidemia di colera e, conseguentemente, lo “sventramento” della parte bassa della città).

Eppure, attraversando quei quartieri e toccando con mano tanta miseria insieme a tanta fede, tanto sacrificio e tanta fatica, del Balzo riconosce che i galantuomini hanno torto: quel popolo, senza agi né danaro né speranze, lavora e soffre senza imprecazioni, col sorriso sulle labbra. E un giorno, messo pulito, in mezzo all’aria e alla luce, diventerà uno dei primi popoli del mondo.

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