Ciascuno cresce solo se sognato
Mi pare di vederlo camminare nelle strade polverose di Trappeto. E parlare ai picciriddi che all’inizio non lo capivano e lui non capiva quella loro strana lingua.
Danilo Dolci, nato a Sesana (oggi in Slovenia) e approdato nella terra poverissima di Sicilia. Dove comincia a sognare e d’istinto a educare. “Ciascuno cresce solo se sognato”, così chiude una sua famosa poesia. E lui, uomo del nord che ha educato bambini che più stranieri di così non si può proprio, sognando il futuro di quei diseredati, li ha fatti crescere.
In Sicilia arriva nel 1952, studente di architettura, attratto dalla bellezza dei templi della Magna Grecia. E lì trova degrado, ignoranza, povertà estrema. Sceglie Trappeto, poverissimo paese marinaro in provincia di Trapani, e non lo lascia più.
Subito si schiera dalla parte degli ultimi e diventa il Gandhi di Sicilia con il suo pacifismo di denuncia. Famoso il suo primo digiuno solitario, steso accanto al cadavere di un bimbo morto di fame.
Soprattutto educatore, mai guru, pronto ad ascoltare, secondo un originale approccio “maieutico reciproco”. Metodo educativo fondato sull’ascolto, su dialogo e crescita collettiva, ispirato alla maieutica socratica con una differenza fondamentale: non è unidirezionale ma basato sulla reciprocità della comunicazione. Dialogo intenso tra allievi e docente posti sullo stesso piano, per svelarsi e scoprire se stessi. Coeducazione creativa!
E così mi pare di vederlo oggi, Danilo Dolci, seguito da Turiddu, Salvo, Rosalia… Ma anche da Amir, Youssef, Jasmeen…
Quest’immagine, che a tratti mi pare un sogno, per me è ricorrente e non so ancora perché.
In effetti in Italia esistono norme precise per la integrazione e l’istruzione dei bambini immigrati presenti sul territorio, indipendentemente dalla regolarità del soggiorno.
I minori stranieri hanno esattamente le stesse prerogative dei minori italiani.
L’iscrizione alle scuole è loro garantita, al pari dell’insegnamento della lingua italiana. La Corte Costituzionale, a fugare ogni dubbio, ha confermato il principio di universalità soggettiva del diritto all’istruzione. Riconosciuto a tutti in quanto persone, indipendentemente dalla cittadinanza e dalla regolarità del soggiorno sul territorio.
Finanche l’ultimo discusso decreto legge che limita al 30% la presenza di alunni non italiani nella scuola primaria si fonda su motivazioni razionali di equilibrata composizione.
Da dove viene allora l’inquietudine che mi fa evocare l’immagine di Danilo Dolci attorniato da piccoli che, come i picciriddi di Trappeto, non lo capiscono e lui non può capire quella loro strana lingua?
Sarà mica perché qualcuno fa cadere il tema dei bimbi immigrati nel calderone sicurezza? Problema del quale finalmente si parla da sinistra a destra ma che con i bambini immigrati non ha proprio nulla a che vedere.
O ancora, sarà perché mi disturba sentir parlare di numeri, percentuali, verifiche, equilibrata composizione?
Non mi lascia l’immagine di Danilo Dolci e, in effetti, mi pare di vederlo sgranare gli occhi a sentire parlare di bambini sotto soglia. Di una scuola fatta di performance, di numeri, di valutazioni e frustrazioni. Di una realtà che decisamente stride col pensiero della sua pratica educativa centrata sull’ascolto, sul dialogo e sul reciproco arricchimento.
Di un sistema normativo che, a chiacchiere, enuncia di voler perseguire il rispetto della cultura di origine e dell’identità di provenienza, elementi finanche valorizzati dal Testo unico sull’immigrazione. Sistema che enuncia buone pratiche ufficiali, quali orientamenti Interculturali, mediazione culturale ma che frana e si disgrega sulla mancanza di fondi sistemici e sulla diffusa assenza di empatia.
E così ai bambini immigrati sfugge il ricordo del passato che si allontana sempre più, diventa sfocato e non rende possibile alcuna proiezione del futuro. “Futuro sospeso” lo chiamano gli addetti ai lavori.
So bene che la pratica educativa di Danilo Dolci potrebbe funzionare per ricostituire la traiettoria passato-futuro perché basata sulla parola chiave “reciprocità.”
Far emergere la storia e le tradizioni rivelerebbe un bagaglio culturale prezioso che, condiviso con quello di diverse culture, cesserebbe di essere diversità.
Ma la vita reale è fatta di numeri, di risorse e non bastano pochi volontari.
E così si allontana e mi sfugge l’immagine di Danilo Dolci.
Mi rimane quella di Amir, Youssef, Jasmeen…
Confusi con il problema della sicurezza e nessuno che si sogna di sognare il loro futuro.



