Sabato 17 ottobre: io c’ero

Sabato 17 ottobre pomeriggio, Piazza Duomo, ore 15.00, nella quiete prima della tempesta, io c’ero.
Gli assetati di adrenalina e di emozioni forti, erano ancora in fase di rullaggio.
Incappucciati, già mascherati, appollaiati come corvi neri sui corrimano arancioni che circondano i gradini della linea 1 della metropolitana, i giovani teppisti stavano organizzando le infiltrazioni nella manifestazione degli studenti. Nessuno, io compresa, se ne era accorto.

Due mondi, due città: la Milano dei riflettori, della finanza e del lusso e quella dei disagi sociali estremi. Quest’ultima è la Milano divenuta simbolo del degrado sociale e culturale nazionale.

Sabato scorso è accaduto qualcosa di più dei soliti assemblamenti di maranza che, a scopo di svago, si riuniscono dalle periferie: Milano ha chiamato teppisti, provenienti anche da altre province, disposti a farsi arrestare per un gelato rubato dopo aver spaccato una vetrina e calpestato il tetto di una camionetta della polizia.

“Volevo sentirmi vivo e provare emozioni” è la dichiarazione messa a verbale da un ragazzo di 21 anni, arrestato per i violenti scontri avvenuti nel centro di Milano domenica 18 ottobre 2026.
(Ansa).

Devastazione e saccheggio di negozi, vilipendio delle forze dell’ordine, atti di violenza e distruzione di beni pubblici, destabilizzazione di una intera città. Questo è lo spettacolo al quale noi cittadini milanesi abbiamo avuto il disonore di assistere la settimana scorsa.
Davanti alla giudice per le indagini preliminari (gip), quel giovane ha avuto il coraggio di spiegare le motivazioni del suo gesto descrivendolo come una semplice “ricerca di adrenalina e di forti emozioni”.
Un altro giovane arrestato ha dichiarato al gip di essere stato coinvolto dallo spinto di euforia e di trasgressione collettiva del momento.

Sabato 17 ottobre, ore 16.00, la rumba è partita da Via Broletto e da Brera, ma in Piazza Duomo, dove mi trovavo, la polizia iniziava a caricare qualche gruppetto sopraggiunto da Via Dante.
L’atmosfera si stava scaldando, fine del sabato del villaggio, commissioni rimandate al prossimo weekend, meglio recuperare l’auto nella traversa di Via Torino, che dopo circa un’ora sarebbe stata presa d’assalto e devastata.

Ecco chi erano quei corvi neri deambulanti tra San Babila e Corso Europa, altro che i soliti maranza innocui che pascolano con borselli e felpe firmate, catene al collo e pantaloni da “trapper” . Quelli di sabato 17 erano carichi di odio e – ho il sospetto – di qualche sostanza chimica entrata in circolo nel vuoto assoluto delle loro teste.
Ore e ore di violenza gratuita da parte di giovanissime anime dannate che hanno sorpreso e totalmente spiazzato le forze dell’ordine.

Personalmente, mi sento graziata per aver compreso la necessità di abbandonare immediatamente l’area del Duomo e del Quadrilatero, anche in virtù del fatto che ero in compagnia di mio nipote di 13 anni.
Tuttavia, ciò non rappresenta né un sollievo, né una consolazione. Quanto accaduto ha lasciato interdetta un’intera nazione che da giorni si interroga, ipotizza, analizza, assolve o colpevolizza
un fenomeno unico nel suo genere per età dei teppisti, modalità di organizzazione e imprevedibilità.

Qui in città c’è chi azzarda ipotesi di complotto dall’ “esterno” con reclutamento tramite social, chi minimizza sostenendo la tesi della “bravata da noia giovanile” partita da tik tok ( ho sentito anche questa!), chi condanna le famiglie per non essere in grado di trasmettere valori; chi addirittura accusa le famiglie musulmane ( molti di quei ragazzi di seconda generazione vi appartengono) di crescere i figli nella privazione e nel degrado periferico, preferendo spedire i guadagni ai Paesi di origine e provocando in loro frustrazione e invidia sociale.

Non ho più voglia di analizzare, di comprendere e di ipotizzare.
So solo che non è finita qui e che sono profondamente addolorata, come tutti i milanesi, per dovermi piegare alla dittatura di migliaia di ragazzini incapaci di provare dignità, diseducati a una ribellione brutale, feroce, autodistruttiva.

Vorrei tanto che qualcuno avesse il coraggio di entrare nelle loro case.
Sono solidale con quei genitori che stanno ancora versando lacrime di rabbia e vergogna, ma sono certa che in molte di quelle case verrebbero alla luce madri e padri carnefici dei loro figli, lasciati completamente soli nel mondo reale e alla mercè di quanto di più marcio e orribile sta accadendo nel mondo virtuale.

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