Orfeo ed Euridice: l’amore oltre la morte
IL MITO
Non esiste nella mitologia greca una storia d’amore più straziante di quella di Orfeo ed Euridice. Orfeo è il musicista per eccellenza, figlio della musa Calliope e del dio Apollo: la sua lira incanta ogni creatura vivente, fa danzare gli alberi, ferma le acque dei fiumi, commuove persino le pietre. La sua sposa Euridice muore il giorno stesso delle nozze, morsa da un serpente mentre fuggiva dalle attenzioni di un pastore. Orfeo, distrutto dal dolore, prende una decisione folle e sublime: scende agli Inferi per riportarla in vita. La sua musica ammorbidisce persino il cuore di Ade e Persefone, sovrani del regno dei morti. I dannati smettono di soffrire, le Furie piangono. Ade concede il permesso: Euridice potrà tornare con lui, a patto che Orfeo non si volti mai a guardarla durante il cammino di risalita.
Mancano pochi passi all’uscita. Orfeo cede. Si volta. Euridice svanisce per sempre, risucchiata nell’ombra. La seconda morte è irreversibile. Orfeo torna nel mondo dei vivi solo, lacero, destinato a vagare fino a che le Menadi, offese dalla sua indifferenza verso di loro, lo sbranano. La sua testa recisa, gettata nel fiume Ebro, continua a pronunciare il nome di Euridice.
IL SIGNIFICATO SIMBOLICO
Il mito di Orfeo parla del potere dell’arte — capace di vincere persino la morte — e insieme del suo limite invalicabile. Quel giro di testa non è debolezza: è l’eccesso d’amore che non regge alla fede cieca. Ma è anche il simbolo del dubbio che vanifica ogni conquista: l’artista che non si fida del proprio dono, l’amante che non riesce a cedere il controllo.
IL RICHIAMO ATTUALE
Orfeo ha ispirato la nascita stessa dell’opera lirica: «L’Orfeo» di Monteverdi (1607) è considerata la prima opera della storia. Rilke, Cocteau, Tennessee Williams, Nick Cave: il mito torna in ogni epoca perché tocca la ferita più umana di tutte. Quella di sapere che alcune cose perdute non tornano, che certi momenti si spezzano proprio quando si è a un passo dal miracolo.



