Odisseo: l’eterno viaggio verso casa

IL MITO

Dieci anni di guerra per conquistare Troia. Poi altri dieci anni per tornare a casa. La storia di Odisseo — o Ulisse, come lo chiamavano i romani — è il più grande viaggio mai narrato. Un’odissea appunto, parola che oggi usiamo per indicare qualsiasi periplo tormentato e avventuroso. Il poema omerico che porta il suo nome, composto nell’VIII secolo a.C., racconta il ritorno del re di Itaca attraverso mille pericoli: i Ciclopi, le Sirene, Scilla e Cariddi, le seduzioni di Circe e Calipso, la discesa negli Inferi. Penelope lo aspetta, intrecciando e disfacendo la sua tela per tenere a bada i pretendenti. Telemaco cresce senza padre, in cerca della propria identità.

Ogni ostacolo del viaggio è una prova non solo fisica ma morale. Odisseo deve scegliere tra il piacere eterno offerto da Calipso e la nostalgia umana della casa. Tra l’oblio del loto e la durezza della memoria. Tra la morte gloriosa e la vita oscura. Sceglie sempre l’umano, anche quando l’umano significa sofferenza.

IL SIGNIFICATO SIMBOLICO

Odisseo incarna l’ingegno, la curiosità, la resistenza. Il suo viaggio è il simbolo del cammino esistenziale dell’uomo: pieno di deviazioni, di tentazioni, di incontri con il mostruoso e con il meraviglioso. La meta — Itaca — non è un luogo geografico ma una condizione dell’anima: il ritorno a se stessi.

IL RICHIAMO ATTUALE

Dante pone Ulisse nell’Inferno non per vigliaccheria, ma per audacia eccessiva: il desiderio folle di conoscenza lo spinge oltre le Colonne d’Ercole. Joyce costruisce, su un solo giorno dublinese di un Ulisse eroe del quotidiano, un capolavoro del Novecento. Konstantinos Kavafis, nel 1911, scrive che il vero dono è il viaggio stesso, non l’arrivo.

Oggi Odisseo vive in ogni migrante che attraversa mari ostili. E in ogni essere umano che cerca, contro tutto, di tornare a casa.

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