Governance dei servizi sociali: un nuovo ruolo per le Province?
La discussione sul futuro delle Province è tornata recentemente al centro del dibattito istituzionale. A rilanciarla è stato il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, secondo cui questi enti continuano a rappresentare un presidio fondamentale di coesione territoriale e meritano una collocazione più chiara e definita nel sistema delle autonomie locali.
Si tratta di una riflessione che potrebbe avere importanti ricadute anche in un settore spesso trascurato nel dibattito sulle riforme istituzionali: quello dei servizi sociali.
In Campania, il sistema integrato degli interventi e dei servizi sociali è disciplinato dalla Legge Regionale 23 ottobre 2007, n. 11 – “Legge per la dignità e la cittadinanza sociale” – che attribuisce alla Regione funzioni di indirizzo e programmazione e agli Ambiti Territoriali Sociali la gestione degli interventi a livello locale.
Un modello che, nel corso degli anni, ha consentito di strutturare il welfare territoriale e di consolidare l’azione degli Ambiti Sociali. Tuttavia, a quasi vent’anni dall’approvazione della norma, emergono anche alcune criticità che meritano una riflessione. La più evidente riguarda la crescente differenziazione tra i territori.
L’autonomia degli Ambiti rappresenta un valore da preservare, poiché consente di adattare gli interventi ai bisogni specifici delle comunità locali. Tuttavia, quando manca un livello intermedio di coordinamento tra Regione e Ambiti, il rischio è quello di una progressiva frammentazione del sistema.
Ogni Ambito, infatti, tende a sviluppare regolamenti, procedure, criteri di accesso e modelli organizzativi propri. Ne consegue che cittadini residenti in territori vicini possono ricevere risposte differenti rispetto agli stessi bisogni sociali. Disabilità, assistenza domiciliare, sostegno alle famiglie, inclusione sociale e servizi per gli anziani vengono talvolta gestiti con modalità sensibilmente diverse da un Ambito all’altro.
Il problema, dunque, non è l’autonomia in sé, ma l’assenza di una sede stabile nella quale gli Ambiti possano confrontarsi, condividere esperienze, elaborare standard comuni e costruire una visione territoriale più ampia.

Altre regioni italiane hanno affrontato questa esigenza attraverso modelli di governance più articolati.
In Toscana, le Società della Salute costituiscono organismi stabili di integrazione tra Comuni e Aziende sanitarie, con funzioni di programmazione e coordinamento territoriale. Il sistema è supportato da attività regionali di monitoraggio e assistenza tecnica che contribuiscono a garantire maggiore uniformità delle politiche sociali e sociosanitarie.
In Emilia-Romagna, le Conferenze Territoriali Sociali e Sanitarie svolgono invece una funzione di raccordo tra enti locali, aziende sanitarie e Regione, favorendo il coordinamento delle strategie territoriali e una maggiore coerenza nell’offerta dei servizi.
Anche il Veneto, con la recente Legge Regionale n. 9 del 2024, ha scelto di rafforzare il ruolo degli Ambiti Territoriali Sociali e dei relativi strumenti di coordinamento, con l’obiettivo dichiarato di ridurre la frammentazione organizzativa e garantire livelli più omogenei di prestazioni sul territorio.
Alla luce di queste esperienze, una possibile evoluzione del modello campano potrebbe essere l’istituzione, presso le Province e le Città Metropolitane, di una di una struttura permanente di coordinamento e omogeneizzazione delle politiche di welfare.
L’obiettivo non sarebbe quello di limitare l’autonomia degli Ambiti o di creare un ulteriore livello burocratico, ma di promuovere il confronto tra territori e ridurre le disuguaglianze organizzative esistenti.
Una struttura di questo tipo potrebbe riunire periodicamente i Comuni capofila, i Coordinatori degli Ambiti, le Aziende Sanitarie Locali, il Terzo Settore e le amministrazioni provinciali o metropolitane, favorendo la diffusione delle buone pratiche, la standardizzazione della modulistica, il monitoraggio dei livelli delle prestazioni sociali e la costruzione di sistemi informativi condivisi.
La posta in gioco va ben oltre l’efficienza amministrativa.
Il vero tema riguarda la capacità del sistema pubblico di garantire pari opportunità ai cittadini indipendentemente dal territorio in cui risiedono. Oggi il luogo di residenza può ancora incidere significativamente sulle modalità di accesso ai servizi e sulla qualità delle risposte offerte dal sistema di welfare locale.
Per questo motivo, accanto al principio dell’autonomia territoriale, appare sempre più necessario sviluppare strumenti capaci di favorire cooperazione, coordinamento e omogeneità.
In questa prospettiva, il rilancio delle Province evocato dal ministro Matteo Piantedosi potrebbe trovare una concreta applicazione proprio nel welfare territoriale, trasformando gli enti di area vasta da semplici livelli amministrativi intermedi a veri laboratori di coordinamento delle politiche sociali.
Una sfida che riguarda la Campania, ma che investe più in generale il futuro del welfare locale e la capacità delle istituzioni di garantire diritti uniformi ai cittadini in tutto il territorio nazionale.



