Giuseppe Capaldo: l’umile poeta di successo

La Napoli dei quartieri alti non gli perdo­na la sua umile estrazione sociale e lo considera poco più di un cameriere con velleità artisti­che. Quando Ferdi­nando Russo forma la scuderia di autori della prestigiosa Polyphon, lo lascia fuori senza tanti complimenti. La rivincita di Giuseppe Capaldo arriverà e sarà totale, ma lui, purtroppo, non riuscirà a godersela.

Capaldo nasce nel 1874 nel quartiere del Porto, dove i genitori gestiscono una mo­desta trattoria. Comincia a comporre versi per canzoni, ma visto che con le canzoni non si mangia, si arrangia dipingendo marionette per i teatrini ambulanti, poi si arrende a un impiego come cameriere in un caffè. Nel 1906, a trentadue anni, azzecca la sua prima grande canzone: musicata dal collaudato GambardeIla, Comme facette mammeta è un successo immediato.

La sua vita non cambia subito. Solo tempo dopo, a causa di un curioso incidente (alcun avventori del caffè in cui lavora si rifiutano di ri­credere che sia proprio lui l’autore del pezzo delizioso che stanno ascoltando) Giuseppe si licenzia per dedicarsi soltanto alla canzone.

Per sua fortuna, quel gesto impulsivo gli porta il successo. Trovata la formula vincente, ancora con Gambardella firma un’altra canzone dalla musicalità allegra ed esuberante L’arte d’o sole. Eppure nessuno scorgersi che Napoli ha un nuovo poeta. L’esclusione dalla rosa di autori della Polyphon è una delusione che brucia, e vista l’indifferenza mostrata da mar­chi storici come Bideri, Santoianni o Ricordi, a Giuseppe non resta che tentar for­tuna altrove, con la giovane e coraggiosa casa La canzonetta. Dopo averne scartate molte altre, finalmente nel 1912 consegna ai proprietari delia Canzonetta una canzo­ne ispirata agli eventi bellici di quegli an­ni, di cui ha firmato sia testo che musica: ‘A marina ’e Tripoli. È un successo imme­diato e i proprietari della Polyphon, man­giandosi le mani per averlo ignorato al momento giusto, gli offrono un contratto. Ma l’uomo è uno tosto, e questa rivincita l’ha aspettata troppo per lasciarsela scap­pare: «No grazie – risponde all’allettante of­ferta – Sto bene così». Frattanto, Gambar­della lo ha abbandonato, forse offeso per non essere stato coinvolto nella creazione della Marina ’e Tripoli. È un colpo non fa­cile da assorbire, ma lo spettacolo deve continuare. Un valido alter ego si materializza in Francesco Feola, che incidental­mente è uno dei proprietari della Canzo­netta: altra piccola perla del filone bellico, ’Ann’a turnà, racconta la guerra con gli occhi umidi e speranzosi delle fidanzate lasciate a casa ad aspettare. Il futuro di Capaldo sembra ormai spianato. E invece, neppure due anni dopo, il 26 agosto dei 1919, una nefrite lo toglie dai giochi. Giu­seppe aveva appena lanciato la sua canzo­ne forse più indovinata in assoluto, un brano scritto in pochi minuti al tavolino di un caffè dopo un’accesa discussione con una cassiera. Quella cassiera era destina­ta a entrare nel libro d’oro della canzone napoletana, si chiamava Brigida.

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