Il talento a piedi nudi

«Perché dovrei volere dieci Ferrari, venti orologi di diamanti o due aerei? Cosa faranno questi oggetti per me e per il mondo? Ho patito la fame, ho dovuto lavorare nei campi, sono sopravvissuto a tempi difficili, ho giocato a piedi nudi».

Sadio Manè, che viene dal villaggio di Bambali in Senegal. Definito dai compagni spirituale e riservato. Grandissimo calciatore di fama planetaria che non ha mai dimenticato la povertà, investendo milioni di euro per dotare il suo villaggio di una scuola e un ospedale. E in quel villaggio, nel fango, ha giocato con altre stelle del calcio. Come Maradona nei campi di periferia. Per beneficenza. 

Sadio Manè. Personaggio incredibile, dunque. Non frequentava neppure la scuola, ma giocava a piedi nudi.

Tanti come lui vengono da un’infanzia poverissima eppure hanno sfondato. Come Patrice Evra, anche lui senegalese, nato a Dakar, che giocava con la palla nei parcheggi e chiedeva “l’elemosina per strada e cercava cibo nella spazzatura.” O come Carlos Tevez, cresciuto circondato da povertà e violenza, nel sobborgo più pericoloso e degradato di Buenos Aires: Fuerte Apache.

Talenti trascinati da una passione irrefrenabile. Ostinatamente, giocavano. Con la povertà che li inseguiva e la strada che insegnava a vivere. E, perché no, con la fame di riuscire.  Con i denti e le unghie, costruendosi un futuro da campione.

In Italia c’è crisi di talenti dicono in tanti. Gli esperti sono sempre tanti, figurarsi quando si parla di calcio.

Con l’innocenza di chi pensa liberamente ad un problema di cui non sa nulla, senza sovrastrutture mentali, mi chiedo: ma dove e come si esprimono e si scoprono i talenti?

Genitori iperprotettivi che portano i figli in contesti sportivi organizzati e qualche volta d’élite: zero divertimento spontaneo e nessuna capacità di resilienza. Di lottare, di cadere e superare l’ostacolo.  Componenti essenziali, mi dicono, per giocare al calcio.

Quel bisogno di sopravvivenza che ha fatto crescere campioni come Sadio Manè, con mamma e papà che sorvegliano gli allenamenti, è pura fantasia.

Certo, in altri contesti il discorso cambia. A tanti altri bambini, forse la maggioranza, dovrebbe bastare un pallone e la strada. Come una volta, nei cortili, nei vicoli o nelle piazze, se non nel fango, come Sadio Manè.

Porte improvvisate magari con i sassi, niente arbitri, regole decise da loro stessi, fonti di aspri litigi risolti imparando a rispettare il gruppo, a gestire il rapporto con gli altri, a rialzarsi dopo gli errori.

Calcio di strada, insomma. Che scompare mentre talento e passione rimangono sopiti. Calcio di strada, palestra di vita e virtuosismo che rischia di diventare un residuo di antiche pratiche, soffocate dal cemento ma anche da giochi sempre più alienanti e solitari, tra quattro mura ed uno schermo.

Non mancano generosi tentativi. Come l’avviso pubblico “Oratorii 2026” bandito dal Governo con contributi per contrasto delle devianze giovanili ed il recupero delle pratiche sportive. O la bellissima esperienza del “Calciosociale” a Roma nel quartiere degradato del Corviale con il suo “Campo dei Miracoli”. Forte strumento di legalità, dove giocano insieme ragazzi a rischio e forze dell’ordine senza arbitri e regole autogestite. O, ancora, alla Sanità a Napoli, dove Don Antonio Loffredo ha tolto dalla strada ragazzi a rischio aprendo ai loro giochi i luoghi sacri abbandonati.

Bellissimi e generosi esempi. Che di sicuro hanno una valenza sociale fondamentale, ma coltivano solo sogni. Fantasie di ricreare un mondo che non c’è.

Lo sconcerto di questi giorni, l’angoscia nel vedere i ragazzini che in gruppo spaccano e non hanno paura di nulla e genitori attoniti che non riconoscono i loro figli. E’ lo scenario più devastante. Che ci impone di ripensare la nostra vita. 

Infelici rabbiosi ragazzi che non sanno più giocare, né vivere, né sognare. Esplosi in una fisicità senza precedenti nè limiti. Come sempre, cercano la forza e l’adesione nel gruppo, in un modo che ora però fa solo paura.

E il sacrificio, la tenacia, la passione, la caparbietà di Sadio Manè? Se qualcuno per miracolo ne avesse potuto instillare l’identità- come in Disclosure Day, l’ultimo film di Spielberg -, perlomeno in qualcuno di questi infelici ragazzi! Magari finalmente vinceremmo il campionato di calcio e i delinquenti della macchinina nera non sarebbero diventati delinquenti.  Invece di dare calci, per noia, ai poveri cristi, li avrebbero dati al pallone, per passione, se non per talento. Anche a piedi nudi e nel fango.

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