L’uomo che si fabbricò la corona di spine
Pietro Giannone nasce nel 1676 a Ischitella sul Gargano e si trasferisce ancora giovane a Napoli per gli studi di legge. Oltre al diritto, ha la passione per la storia. Per i suoi compagni è “Pietro il solitario” per l’abitudine a isolarsi e a perdersi in chilometriche letture: Machiavelli, Cartesio, Malebranche… L’iconografia ce lo consegna magro, il viso ovale, il naso pronunciato, gli occhi enormi e tondi da uccello notturno.
I contemporanei lo ricordano introverso, cagionevole di salute (una malattia intestinale curata male lo costringe a una dieta spartana), insofferente a ogni mondanità e soprattutto taciturno. Ma ciò non gli impedisce di incantare i giudici e il pubblico la prima volta che parla in un’aula di tribunale. È così eloquente, il nostro, da vincere una causa ritenuta dai colleghi già persa in partenza.
La vittoria gli schiude le porte del più prestigioso studio legale di Napoli, quello dell’avvocato Gaetano Argento. Il suo stile oratorio, al contrario di quello in voga, è sobrio, asciutto, privo di orpelli. Giannone sembrerebbe avviarsi verso una carriera in discesa. Invece, il suo cammino di avvocato deraglia bruscamente per ritrovarsi in un altro ambito di studio: la storia, con esiti gloriosi e disastrosi al tempo stesso.
Tutto comincia con un incarico del governo austriaco, che lo chiama a sostenere (insieme all’Argento) la difesa di Carlo VI. La Chiesa minaccia la scomunica all’imperatore, colpevole di aver cercato di abolire i privilegi ecclesiastici.
Giannone vince la causa, grazie anche a una inattaccabile documentazione storica. Con il successo guadagna un ammiratore illuminato, Carlo VI, e un nemico acerrimo, la curia romana.
Con i primi guadagni, acquista una piccola casa a Portici dove vive, more uxorio, con una ragazza di bassa estrazione, Angela Castelli, da cui ha due figli.
Nella pace domestica, scrive i primi volumi della Istoria civile del Regno di Napoli, che stampa a proprie spese. Ne ha previsti quaranta, ma ne scriverà solo trentacinque.
Non è una buona idea: gli amici hanno tentato di dissuaderlo: «Ti fabbrichi da solo la tua corona di spine» lo ammonisce Argento. Ma la sua passione civile lo rende sordo a ogni consiglio.
I primi quattro volumi ottengono un grande successo: l’imperatore gli dona 135 zecchini e lo nomina avvocato di Stato.
Col quinto libro, cominciano i guai. Giannone, con una brillante argomentazione, riesce a dimostrare che il diritto ecclesiastico corrompe quello romano. I gesuiti lo accusano di concubinaggio ed empietà. Parte la scomunica. L’opera è messa all’indice e bruciata in piazza. Giannone fugge in Austria per mettersi sotto la protezione di Carlo VI.
A Vienna, conosce Ernestina di Leichsenhoffen, che diventa la sua amante, e Alessandro Riccardi, fiscale del Consiglio di Spagna, preposto agli affari italiani, che lo assume nel suo dicastero.
Il nostro riprende a scrivere L’storia, che ottiene uno strepitoso successo all’estero, tradotta in diverse lingue. Persino Montesquieu ne resta ammirato Ma i problemi ricominciano con la cacciata degli austriaci da Napoli. Il Consiglio di Spagna, per cui lavora, è liquidato e lui, senza occupazione, è costretto a riprendere l’esilio.
Arriva a Venezia, da dove tenta il rientro in patria. Però l’ambasciatore di Carlo di Borbone gli nega il passaporto.
L’intellighenzia veneziana lo accoglie con onori e incarichi. Ma il potente cardinale Albani costringe la Serenissima a espellerlo. Giannone si rifugia a Ginevra, dove termina il Triregno, un pamphlet contro il potere temporale del papa. Il cardinale va su tutte le furie e, in combutta col re di Sardegna, decide di rovinarlo definitivamente.
Una spia savoiarda, un certo Gastaldi, si reca a Ginevra per mettersi in contatto con Pietro e carpirgli l’amicizia. L’ingenuo Giannone cade nella trappola. Gastaldi, con la scusa di una gita, lo fa sconfinare in Piemonte, dove è arrestato e incarcerato per ordine di Carlo Emanuele III.
Stremato nel fisico e nel morale, lo storico firma l’abiura, ma l’atto non gli vale la libertà.
Muore nel 1748 all’età di settantadue anni. Il suo corpo è sepolto nella fossa comune della chiesa di Santa Barbara, andata distrutta nell’ottocento.
«Giannone svegliava con le sue trombe l’unico nemico contro cui la Chiesa è impotente: la coscienza civile» scrive il Montanelli. Quale migliore lapide per una tomba che non esiste più!



