Il sole splendido dell’Ucraina
a cura di Camillo Caruso
Figlio di un professore di lingue, studente svogliato presso l’istituto tecnico ma diligente allievo di conservatorio, Giovanni Capurro nasce nel 1859 nel quartiere napoletano di Montecalvario, un nome che è tutto un programma. Socialista appassionato, si dà al giornalismo, ma in realtà cova ambizioni letterarie. A ventotto anni pubblica una raccolta di poesie intitolata Napulitanate, a trentaquattro imita la metrica delle Odi barbare di Carducci nelle Carduccianelle, che gli guadagnano i complimenti personali del poeta maremmano. Un anno prima aveva ottenuto il primo successo in campo musicale con ‘A vongola, una canzoncina semiseria la cui protagonista Carolina accetta la corte simultanea di troppi pretendenti, tenendo buono il suo fidanzato a forza di frottole, ovvero di… vongole. Fra scanzonati testi d’amore e gustose napoletanità (come una canzone dedicata alla pizza), Capurro si sforza insomma di restare in equilibrio tra istinto e letteratura, tra anima popolare e ambizioni poetiche. Molto più spesso però, da buon socialista, ritrae nelle sue canzoni una folla sofferente, lacera, senza speranze né prospettive.
Un mondo che Capurro conosce a fondo, perché egli stesso è un poveraccio. Con moglie e tre figli a carico, per quanto si affanni a scrivere, guadagna sempre troppo poco e per consentire una vita decorosa alla sua famiglia fa letteralmente i salti mortali. Sembrerebbe una strada senza uscita, ma una collaborazione avviata col posteggiatore Eduardo Di Capua produce il miracolo.
Quando incontra il musicista Eduardo Di Capua, Giovanni Capurro ha trentanove anni ma ancora non è arrivato da nessuna parte. I compositori di fama, i Tosti e i Costa per intenderci, sono un lusso irraggiungibile e per uno sfortunato come lui gli unici collaboratori disponibili appartengono a quel sottobosco di artisti in perenne bolletta di cui Napoli pullula. Di Capua, perlomeno, non è uno sprovveduto, ha persino un po’ di conservatorio alle spalle e il mestiere può garantirlo di sicuro, visto che è posteggiatore per solida tradizione familiare. Anzi, il più delle volte si guadagna il pane esibendosi in coppia col papà violinista e di tanto in tanto fa i bagagli per brevi ingaggi internazionali nelle corti europee. Il testo dell’ultima canzone scritta da Capurro scivola così in un suo taschino proprio alla vigilia della partenza per un ennesimo impegno, questa volta nella città di Odessa, sul Mar Nero. Le premesse sono tutt’altro che incoraggianti agli occhi del povero Capurro, eppure sarà quella singolare circostanza a giocare un ruolo decisivo nella nascita di ‘0 sole mio. Proprio nella squallida camera di un anonimo albergo, intristito e intirizzito dal clima rigido dell’Ucraina e ispirato da una violenta nostalgia di casa, Di Capua compirà il miracolo.

