Se la camorra “sale sul treno” dell’Alta Velocità Napoli-Bari

di Franco Genzale

Ipotesi infiltrazioni camorristiche nel grande business dei subappalti dell’Alta Velocità Napoli-Bari. L’inchiesta della Dda di Napoli promette scenari inquietanti. Quando si chiedono 45 misure cautelari – nel dettaglio: carcere per 37 indagati, domiciliari per 4 e divieto di dimora per altri 4 – significa che materiale acquisito ce n’è abbastanza, a meno che la Procura partenopea non abbia avuto allucinazioni su base patogena.

Verrebbe da dire, naturalmente in senso sarcastico, “Bentornata, Camorra!”. Ma sarebbe un paradosso cronachistico. Perché si “torna” in un luogo se da lì si è andati via. Sappiamo tutti, invece, che i “nostri” clan non si sono mai sostanzialmente allontanati dalla Campania: le sedi “legali” degli affari sono disseminate in lungo e in largo un po’ ovunque, epperò “la regia” è rimasta qui, magari in giacca e cravatta.

L’operazione della Dda – come è stato raccontato in questi giorni – ha il casertano come epicentro. Tuttavia, non s’illudano le altre province campane. I tentacoli dei clan meglio organizzati si estendono su tutte le porzioni del territorio regionale che ospitano cantieri importanti. Basta far mente locale sul tracciato dell’Alta-Velocità per concludere che le province di Benevento e Avellino, oltre ad un’area significativa del napoletano, sono direttamente interessate dal percorso e quindi potenzialmente molto esposte al rischio di infiltrazioni. In particolare, lo sono i territori sedi dei consorzi d’imprese che partecipano ai lavori dell’AV: occhi aperti, dunque. Da parte di tutti, però. Nessuno può continuare a ritenere che il compito di “vigilare” spetti soltanto alle prefetture e alle forze dell’ordine, istituzioni che invero negli ultimi anni stanno facendo un ottimo lavoro anche nel Mezzogiorno d’Italia e soprattutto in Campania.

In ogni caso, la collaborazione intelligente degli amministratori pubblici locali, e ancora di più delle forze sociali, possono e devono dare il loro contributo per sostenere ai massimi livelli l’attività della macchina statale nella complessa impresa di garantire la sicurezza contro il rischio di infiltrazioni camorristiche.

In Irpinia è stato fatto un gran passo avanti nell’ultimo decennio. Il lavoro investigativo delle forze dell’ordine e l’attività di coordinamento della Procura di Avellino e della Dda hanno avuto un successo niente affatto scontato sulla capacità dei clan locali (e non solo) di infiltrarsi nel tessuto sociale, non di rado anche istituzionale, del capoluogo e di alcuni comuni limitrofi. Sarebbe tuttavia un gravissimo errore ritenere che la partita è vinta e che si possono finalmente vivere sonni tranquilli. Segnali preoccupanti sono già arrivati da talune coraggiose interdittive antimafia operate dalla Prefettura e convalidate dal Consiglio di Stato grazie alla loro assoluta fondatezza. Insomma, allo stato delle cose, e in vista delle elezioni politiche 2027, non sarebbe affatto azzardato rilanciare l’interrogativo più volte proposto e puntualmente lasciato cadere tra gli abili e pilateschi rinvii della politica: “Per chi vota la camorra nelle province campane?”. Sarebbe utile, oltre che necessario, rilanciarlo: perché ovunque c’è danaro – e appalti e subappalti ne producono tantissimo – è altamente probabile ci sia anche la manina dei clan per sostenere questo o quel candidato che ambisce a un seggio in Parlamento. D’altra parte, la guerra alla delinquenza organizzata non è un tema elettorale?

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