Le catacombe di San Gaudioso

La valle che oggi accoglie uno dei quartieri più popolosi di Napoli è stata un tempo necropoli e area cimiteriale. In quest’area sorsero ipogei ellenistici e, successivamente, catacombe paleocristiane come quelle di San Gennaro e San Gaudioso.

Dal XVII secolo la zona fu chiamata “Sanità” perché ritenuta incontaminata e salubre, anche grazie a proprietà miracolose attribuite alla presenza delle tombe dei Santi.

Sono ben nove le catacombe e i complessi ipogei sotto il Rione Sanità, di cui solo alcuni sono stati portati alla luce, cioè San Gennaro, San Gaudioso, San Severo e il più recente ossario delle Fontanelle.

L’ingresso alle catacombe di San Gaudioso, nella Chiesa di Santa Maria alla Sanità, si trova sotto il presbiterio. Negli ampi sotterranei veniva praticato, intorno agli inizi del 1600, un particolare metodo di sepoltura che aveva origine spagnola (utilizzato dai domenicani e dai cappuccini).

Mentre le salme dei più poveri erano destinate direttamente agli ossari, quelle dei nobili venivano trasportate in questi sotterranei per subire un trattamento speciale: dopo essere stati posti in posizione seduta nelle apposite nicchie (dette seditoi o cantarelle), visibili ancora oggi, i corpi erano poi bucherellati, “schiattati” per svuotarli dai liquidi che così colavano. Da qui, il termine napoletano schiattamuorto e anche le espressioni poco delicate: puozze schiattà o puozze sculà.

I domenicani ritenevano che la terra fosse un dono di Dio e che non andava macchiata con i resti dell’uomo peccatore, quindi gli umori venivano fatti colare in un vaso messo sotto il cadavere (cantero). Dopo l’essiccazione del corpo, il cranio, considerato la sede dell’anima, veniva staccato e incastonato nella parete di un cunicolo adiacente. Sotto di esso si dipingeva il corpo del defunto a grandezza naturale e si dava qualche ragguaglio sul personaggio.

C’è praticamente una vera e propria galleria di personaggi noti. Il primo dipinto che s’incontra rappresenta donna Sveva Gesualdo, principessa di Montesarchio, che per essere qui sepolta pagò 600 ducati. Vi sono poi due coniugi (lei è riconoscibile dalla gonna larga) che si tengono teneramente per mano. C’è poi il magistrato Diego Longobardo, con toga e martelletto, morto nel 1632. Scipione Brancaccio, con la spada. E il pittore Giovanni Balducci, con riga e tavolozza.

Nel 1637 questa pratica venne vietata perché, nel bucare costantemente i muri per esporre i crani dei nobili (cosa che garantiva ai frati un incasso extra, per la richiesta di un ulteriore contributo), i domenicani stavano mettendo a rischio la stabilità dell’immobile. Inoltre in quei sotterranei umidi si diffondevano velocemente molte malattie a causa delle precarie condizioni igieniche.

Nel 2002 il parroco locale ha costituito una cooperativa di ragazzi, “La Paranza”, impegnata su più fronti, come il recupero e la formazione di giovani in grande difficoltà e la raccolta fondi, che ha permesso di restaurare e riaprire al pubblico siti di grande interesse storico-artistico.

A questa cooperativa è affidata la cura delle catacombe. Coraggioso esempio di iniziativa imprenditoriale a fini sociali, ancora poco conosciuto.

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