Stimolazione cerebrale: la scienza che sfida i pregiudizi
Si apre domani a Napoli, alla Stazione Marittima, il congresso biennale della Società Europea per la Stimolazione Cerebrale, giunto alla sua settima edizione. Fino al 17 ottobre si riuniranno ricercatori, clinici e innovatori provenienti da tutta Europa. Il tema dominante è chiaro: la Stimolazione Magnetica Transcranica (TMS) non è più una promessa sperimentale, ma un presidio terapeutico efficace e consolidato per il trattamento di diverse patologie psichiatriche. Sulle quali il seminario ci offre lo spunto per fare un po’ di chiarezza.
La TMS funziona attraverso impulsi magnetici focalizzati che, applicati sul cuoio capelluto, senza dover provvedere ad alcuna anestesia, stimolano aree cerebrali specifiche. In particolare, la corteccia frontale e quella laterale di sinistra del cervello, che sono le aree tipicamente ipoattive nei soggetti depressi. Il paziente resta sveglio, gli effetti collaterali sono lievi, il trattamento si sviluppa nell’arco di venti-trenta sedute. Una procedura che, per delicatezza e precisione, sembra appartenere a un altro universo rispetto alla sua “cugina maggiore”, la terapia elettroconvulsivante: il famigerato elettroshock.
Ed è proprio qui che il congresso napoletano, forse involontariamente, riapre una ferita culturale mai del tutto rimarginata.
Per decenni, l’elettroshock è stato il simbolo di una psichiatria autoritaria e punitiva. Le immagini di Qualcuno volò sul nido del cuculo hanno marchiato a fuoco l’immaginario collettivo. In Italia, la stagione di Franco Basaglia e la Legge 180 del 1978 – sacrosanta nella sua battaglia per la dignità del malato mentale – hanno contribuito a rendere l’ECT un tabù quasi assoluto. Ma la moderna terapia elettroconvulsivante è cosa radicalmente diversa da quella praticata nei manicomi: si esegue in anestesia generale, previa somministrazione di miorilassante, sotto stretto controllo medico. E soprattutto resta, secondo la letteratura scientifica internazionale, uno dei trattamenti più efficaci per la depressione grave e resistente, con tassi di risposta che raggiungono il 70-90%.
Come è possibile, allora, che una terapia così efficace sia ancora circondata da diffidenza e ostracismo?
La risposta sta in un equivoco di fondo che ha dominato la cultura del Novecento: la separazione tra mente e corpo. Se la malattia mentale è “dell’anima”, allora curarla con l’elettricità appare una violenza. Ma questa dicotomia da un po’ di tempo non regge più. La neuroscienza degli ultimi trent’anni ha dimostrato in modo inequivocabile che ogni stato mentale ha un correlato neurobiologico. La depressione non è solo tristezza: è alterazione dei neurotrasmettitori, disfunzione dei circuiti neurali, cambiamento strutturale del cervello. Al riguardo, la puntualizzazione che ha indotto l’optogenetica – della quale abbiamo parlato qualche giorno fa – risulta decisivamente illuminante: non è alle cellule e ai nuclei cerebrali che dobbiamo soprattutto guardare, ma ai circuiti. Alle vie di collegamento.
Che la dicotomia corpo/mente fosse un falso lo dimostrava, con evidenza schiacciante, già semplicemente la più banale delle verifiche concettuali. Da un lato, lo stress psichico produce effetti fisici devastanti ben noti : tachicardia, immunodepressione, ulcere. Dall’altro, patologie puramente organiche – un tumore del polo frontale, un’encefalite, una disfunzione endocrina – possono generare quadri psichiatrici netti, perfettamente sovrapponibili a quelli delle psicosi. E allora? La netta separazione tra mente e corpo dove va a finire? È del tutto evidente che se il confine tra fisico e psichico è così poroso, allora non esiste alcuna ragione di principio per cui un intervento fisico (o chimico) sul cervello debba essere considerato meno legittimo di una seduta di psicoterapia.
La psichiatria contemporanea ha metabolizzato questa lezione adottando il modello bio-psico-sociale. Nel senso che i disturbi mentali prevedono una patogenesi multiforme, con componenti biologiche, psicologiche e sociali. E il trattamento più efficace è quello che le affronta tutte. I farmaci, la stimolazione magnetica transcranica, l’elettroshock agiscono sul versante biologico. La psicoterapia su quello psicologico. Gli interventi sulle condizioni di vita agiscono su quello sociale. Tutte pratiche che non si escludono tra loro. Semmai si integrano. E infatti, spesso le terapie fisiche “sbloccano” un cervello che non risponde più, creando le condizioni perché la psicoterapia possa fare il suo lavoro.
Il congresso di Napoli, con il suo focus sulla TMS, può rappresentare un importante passo in avanti. Ma sarebbe un’occasione sprecata se servisse solo a promuovere la stimolazione magnetica come alternativa “gentile” all’elettroshock, alimentando implicitamente lo stigma verso quest’ultimo. La vera sfida è un’altra: riconoscere che ogni strumento terapeutico va giudicato sulla base dell’evidenza scientifica, non del pregiudizio ideologico. Che si tratti di un impulso magnetico, di una corrente elettrica, di una molecola chimica o di una parola detta al momento giusto.
Il vero dibattito etico non può centrarsi sulla questione “terapia fisica sì o no”. Deve invece riguardare il consenso informato, la proporzionalità dell’intervento, l’esplorazione delle alternative. In sostanza, lo stesso approccio che ci proponiamo per la chemioterapia o per un intervento chirurgico. Non c’è ragione per cui la psichiatria debba fare eccezione. Per cui debba stupidamente sentirsi scienza al di sopra delle altre scienze. La più bella e la più pura del reame.
E Napoli, città che di contraddizioni se ne intende, è il palcoscenico perfetto per dirlo ad alta voce.



