Le piazze bruciano e qualcuno ci si scalda
La foto qui riprodotta non vi è nuova. L’avevo scelta una settimana fa per illustrare una mia breve nota sull’Europa in fiamme. E non era un’iperbole. Era, purtroppo, una fotografia. Da Parigi a Londra, da Berlino ad Atene, da Lisbona a Bruxelles, il Vecchio Continente è attraversato da un vento di guerriglia che non conosce confini. E nemmeno bandiere unitarie (il che, a me, non appare cosa di poco conto). In Francia si protesta per la scuola, in Spagna per la casa, in Germania e nel Regno Unito per la Palestina, in Portogallo contro l’austerità, in Grecia per l’istruzione. Cause diverse, ma un linguaggio unico: quello della violenza di piazza, della vetrina sfondata, del sampietrino scagliato contro lo scudo di un agente. Nella breve nota scrivevo – e ribadisco – che in assenza di un demos europeo, di una lingua comune, di una memoria collettiva, la guerriglia urbana rischia di diventare, paradossalmente, l’unico tratto identitario di un continente che non riesce a darsi un vero pensiero condiviso.
In questo scenario inquietante si colloca la vicenda italiana. Piazza Duomo devastata, via Torino saccheggiata, ragazzini di undici anni che caricano con tubi di metallo, duecentoventi fermati di cui l’ottanta per cento minorenni. Una popolazione di adolescenti, senza leader e senza bandiere, convocati via TikTok e Instagram come se la guerriglia fosse una community di un videogioco. È il contagio dei sobborghi francesi e delle calles spagnole. Un riflesso antico e un poco umiliante: copiamo i casseur francesi come un tempo copiavamo la moda parigina. Con la stessa acritica devozione.
Ma se lo scenario europeo è la cornice e quello nazionale è il quadro, la figura che emerge con maggiore evidenza, in queste ore, è quella del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. E qui devo fare una premessa, per onestà intellettuale. Piantedosi è un irpino, come me. Come voi. In un recente passato ho avuto modo di evidenziare le sue qualità e il suo operato, che io giudico corretto ed efficace. So bene che, avvicinandosi le elezioni, ogni parola spesa per un ministro in carica rischia di finire nel calderone delle sponsorizzazioni elettorali. Ma non è questo il caso. E non è questa l’occasione. Ciò che qui mi interessa è il merito della questione, non il destino politico – per quanto auspicabile – di chi la gestisce.
E il merito dice cose molto chiare. Di fronte a giornate di equilibrio molto complesso, Piantedosi ha tracciato e tenuto una linea: fermezza senza cedimenti, contenimento senza provocazioni, intervento solo quando strettamente necessario. È la dottrina dell’ordine pubblico che si mantiene e non si impone, come ha detto lui stesso. Una dottrina che richiede nervi saldi, competenza tecnica e – cosa rara in politica – la capacità di non cedere alla tentazione della reazione muscolare per compiacere la pancia dell’opinione pubblica. O di un ipotetico proprio elettorato. Ed è chiaro che, così ragionando, c’è tutta la difficoltà di calibrare perfettamente le misure sugli eventi. Ancor di più sulla previsione della loro dimensione.
È su questo che si è incardinata la polemica con il sindaco Sala. E qui il quadro si fa istruttivo. La presidente Meloni invita tutti a condannare le violenze e a solidarizzare con le forze dell’ordine. Centoquarantuno agenti feriti, vale la pena ricordarlo. Poche ore dopo, il sindaco di Milano punta il dito non contro i devastatori, ma contro la Questura: pochi agenti, rischi sottovalutati. È il riflesso pavloviano che Piantedosi ritiene tipico della “sinistra radical chic” che non riesce a condannare la violenza senza un distinguo, senza spostare almeno una parte della colpa sullo Stato e sui suoi rappresentanti. Come se la responsabilità di chi aggredisce a bastonate possa essere “diluita” – parola del ministro – nella polemica sul numero degli agenti schierati. Certo che risulta davvero sconcertante la povertà di pensiero del sindaco di Milano. Nessun tentativo di analisi politica. Non una parvenza di percezione del fatto che la protesta dei nostri giorni non ha un vero volto e una vera identità. Che non ha un nemico veramente riconoscibile e un antagonista veramente identificabile. Reagisce contro un sistema percepito complessivamente come impermeabile, ostinato nel negare al cittadino (di qualsiasi età) il diritto di parola e di rappresentanza. Ebbene, chi non è in grado di capire che è questo che più di mezza Europa sta provando a dire non può permettersi, a mio avviso, di pretendere di fare politica.
Io ritengo che Piantedosi abbia ragione. E ha ragione non per appartenenza ideologica, ma per logica elementare. Una cosa è valutare a posteriori l’adeguatezza dei dispositivi di sicurezza – cosa che il Viminale penso abbia fatto – altra cosa è usare quella valutazione per distogliere l’attenzione dai veri responsabili. E per sottacere la profonda trasformazione delle forme di protesta. Chi indossa la divisa ha regole d’ingaggio, senso di responsabilità, l’obbligo di minimizzare i danni. Anche in considerazione di una popolazione di rivoltosi di età poco più che pediatrica. Chi sta dall’altra parte – si è visto – ha invece la volontà di colpire, di distruggere, di filmarsi e postare il trofeo sui social. Già soltanto mettere sullo stesso piano le due cose è espressione di disequilibrio (mentale). È mistificazione.
C’è poi un aspetto che merita una riflessione ulteriore. Questi ragazzi – i “maranza” delle periferie, i figli della provincia lombarda arrivati in treno per vivere la piazza come un videogioco, i tredicenni che dicono “spaccare significa protestare contro lo Stato che non ci vede” – esprimono un disagio che sarebbe sciocco negare. Ma quel disagio non si affronta con l’indulgenza verso la violenza, né con il gioco delle tre carte che scarica la colpa sulle forze dell’ordine. E nemmeno si affronta, di fronte alla piazza che brucia, preoccupandosi di contare i pompieri. Lo si affronta con la serietà di chi sa distinguere tra il diritto sacrosanto di manifestare e la delinquenza pura. Piantedosi questa distinzione la pratica. Sala – e con lui una certa sinistra – preferisce confonderla. Non per ingenuità, ma per calcolo. Perché in quel distinguo perpetuo, in quella equidistanza tra il poliziotto ferito e il ragazzino che lo ferisce, si annida una rendita politica che prescinde dai fatti. Che si nutre solo di posizionamento.
“L’Europa brucia”, titolavo qualche giorno fa. E l’Italia, come spesso accade, dopo essersi guardata nello specchio dei suoi vicini, ne imita i tratti peggiori. In questo incendio, avere al Viminale un uomo che tiene la linea con competenza e misura non è un dettaglio. È una garanzia. E dirlo non è fare campagna elettorale. E non è nemmeno un richiamo al legittimo orgoglio irpino. È fare i conti con la realtà. Senza bugie o semplificazioni. Senza mistificazioni.




