Lettera a Fico / Eh no, Governatore! Così non va…
Mi verrebbe di cominciare con “Caro Roberto…”, visto che in privato ci diamo del tu, ci conosciamo da una ventina d’anni, e che ai tempi di TeleLuna-Napoli, quando ne ero il direttore, venivi molto spesso in redazione. E visto, comunque, che abbiamo un rapporto giornalista/politico – se non di amicizia – certamente di collaudata confidenza e reciproca stima.
Invece comincio con il più doveroso e istituzionale “Egregio Presidente Fico”.
Ecco, Presidente. Lei ha vinto le elezioni regionali della Campania il pomeriggio del 24 novembre del 2025 e si è insediato il 9 dicembre. A conti fatti, ha vissuto già, non una, ma ben tre “lune di miele”. In altre parole, ha potuto beneficiare, non di cento, ma di quasi trecento giorni di popolarità e consenso senza doversi sottoporre al primo e al secondo “esame” di verifica del suo operato.
A giudizio critico sommario, non pare che in questi 290 giorni Lei abbia fatto cose capaci d’accendere grandi entusiasmi nell’animo dei suoi corregionali. La fiammella della speranza resta accesa ma è flebile. La fiducia non è affatto diminuita, ma comincia a reclamare risposte.
Certo, l’attenuante generica è addirittura dovuta. La Campania – a cominciare da Napoli con i suoi “mille colori”, ma anche con le sue tante, tantissime e ancora tante contraddizioni – è una regione difficilissima da governare. La sua è una complessità sociale, economica e politica che affonda le radici in troppe esperienze di dominazioni straniere, nell’eccessivo squilibrio tra fascia costiera e zone interne, nella instabilità dei dati economici e, non ultimo, nella insufficiente affidabilità delle classi dirigenti politiche che si sono susseguite dall’Unità d’Italia in poi.
D’altra parte, se nemmeno i dieci anni di governo d’un “animale politico” ed abile amministratore come De Luca sono riusciti a rendere del tutto sicura e agevole la navigazione della Regione, qualcosa vorrà pur dire. Ragion per cui – come si accennava – a Fico non potrebbero non essere accordate ben più d’una sola attenuante generica.
Ciò detto, però, non si può sottacere – egregio presidente – ciò che si vede e che poi, attenuanti a parte, è ciò che effettivamente si fa. Lei aveva parlato di un nuovo metodo di gestione rispetto al passato. A tutt’oggi non si riesce ad apprezzare se è migliore o peggiore di quello del suo predecessore. Ma accade semplicemente perché nessuno è messo nelle condizioni d’averne contezza. Un esempio? Lei aveva accennato alla necessità di cambiamenti profondi nella gestione della Sanità, il settore più importante, non solo perché assorbe circa il 70 per cento delle risorse di bilancio. Con tutto il rispetto e con ogni doveroso sforzo, non si nota ancora alcunché di concreto. Oltre tutto, come De Luca, ha voluto mantenere per sé la delega, ch’è decisamente un segnale di massima attenzione e di responsabilità. Ha deciso di metterci la faccia, sulla Sanità: è un atto di grande coraggio, ma cominci almeno ad alzare il sopracciglio, a fare una smorfia, o un sorriso: oppure, come ci eravamo avventurati ad immaginare, a puntare il dito indice in qualche direzione: giusto per far capire a direttori generali, sanitari e amministrativi, a primari, medici, infermieri e portantini, e a tutti i vertici e sottovertici dell’apparato amministrativo e tecnico di Asl e aziende ospedaliere, che la Sanità pubblica deve funzionare al massimo delle oggettive possibibilità. Perchè soltanto così il “paziente” può essere finalmente “al centro”.
Ecco, presidente, cominci a dire qualcosa. De Luca non disdegnava di autocelebrarsi nei suoi Venerdì. Epperò raccontava fatti, si esponeva al giudizio dei campani, programmava ad alta voce, rendeva possibile – a chi ne avesse avuto interesse e voglia – l’indagine di verifica della coerenza tra ciò che diceva e ciò che faceva. Non intenda questi rilievi come voti in pagella, presidente: non è nostra intenzione e stile salire in cattedra e distribuire giudizi. Si tratta soltanto di salutari “provocazioni”, dichiaratamente irriverenti, che forse possono contribuire ad avvicinare Palazzo Santa Lucia e la comunità campana.
Oltre alla Sanità, Lei ha messo le aree interne tra le principali priorità del Suo programma e della Sua stessa agenda politica. Prendiamo allora questo tema come secondo ed ultimo (per oggi) “disappunto” esemplificativo sulle Sue tre lune di miele.
Chi scrive, egregio presidente, è davvero convinto che le sue intenzioni di far svoltare la Campania siano sincere e profonde. Di più: un impegno d’onore oltre che istituzionale e politico. Epperò, Lei ci insegna che le intenzioni restano tali se ad esse non seguono i fatti. E ci insegna anche che i fatti – scusi il bisticcio – devono essere realmente fatti. Fino ad oggi quei fatti sono stati soltanto annunciati. E non va bene, presidente. Perché il tempo è danaro. E se passa troppo tempo tra l’annuncio e l’avvio del fatto, ci pensa l’erosione inflattiva del tempo infruttuoso, appunto, a far aumentare a dismisura il costo di un’opera, elevando così il rischio che quell’opera alla fine resti incompiuta.
Un esempio reale e immediato. Aree interne. Lei sa, presidente, che in Campania le aree interne che hanno davvero urgente bisogno di attenzione e interventi sono essenzialmente concentrate nelle province di Avellino e Benevento. Ora, per farla breve, restringiamo il campo esemplificativo alla provincia di Avellino.
Citiamo solo due problemi che Lei conosce benissimo, anche perché L’Irriverente li sta denunciando da mesi: la Piattaforma logistica di Valle Ufita e il completamento, in territorio irpino, dell’asse Contursi–Lioni-Grottaminarda, un’opera definita (per legge) “di valenza strategica”. Tutt’e due i casi sono stati gestiti malissimo dal suo predecessore. Per il primo, De Luca si è reso responsabile del definanziamento dell’opera. Una rapina all’Irpinia: 130 milioni destinati alla Piattaforma logistica dirottati in provincia di Salerno. Per il secondo, ancora la Regione non ha garantito il flusso finanziario necessario: cantieri chiusi e una revisione prezzi che ammonta a circa 150 milioni, e che salgono a oltre 200 per coprire il costo totale di completamento.
Chiaro, presidente? Se si vuole intervenire sulle cose serie che servono alle aree interne in questa fase, le priorità sono nei fatti, non c’è bisogno di andarle a cercare con il lanternino. Non muoversi ancora su emergenze così evidenti può significare soltanto una cosa: le aree interne vengono utilizzate disonestamente come propaganda politica. Con il reddito di cittadinanza di grillina memoria, dal balcone di Palazzo Chigi – governo Conte – Di Maio annunciò che il M5S aveva risolto il problema della povertà. Un miracolo di portata universale, invero, che non era riuscito nemmeno a Nostro Signore Gesù Cristo: il Figlio di Dio, molto più modestamente, si limitò a moltiplicare pane e pesci per sfamare alcune migliaia di persone, secondo quanto raccontano i Vangeli di Giovanni, Luca, Marco e Matteo.
Le aree interne non vogliono e non si attendono miracoli. Chiedono le cose possibili. E oltre tutto dovute. Come i due casi citati. Se la sente, presidente Fico, di dar seguito in concreto alle sfide che ha lanciato per essere eletto? Noi ci fermiamo qui. Con un appello: colga l’attimo!



