Le ragioni dei giovani e la guerriglia urbana
Caro Camillo,
ho ripercorso i fatti di queste ultime settimane in Italia e in Europa e non riesco proprio a trovare una sola ragione per prendere le distanze dalle proteste dei giovani e dalle specifiche rivendicazioni che nella totalità dei casi, in maniera trasversale in tutta Europa, hanno riguardato la scuola, il diritto all’istruzione, il diritto all’accessibilità dell’abitazione, il diritto alla salute, il diritto alla mobilità, l’ambiente, il diritto alla felicità. Salvo l’azione di alcune frange di violenti, adolescenti o adulti che siano, che hanno monopolizzato l’attenzione dei media e catalizzato l’interessamento di governi assenti ed incapaci di affrontare le cause del disagio, non me la sento proprio di puntare l’indice sulla protesta, per quanto possa fisiologicamente creare problemi di ordine pubblico.
Io penso che manifestare e protestare non solo sia un diritto sacrosanto dei giovani (e non solo) ma sia uno stimolo concreto al cambiamento, uno stimolo per la politica ad assumersi le sue responsabilità.
Ma chi di noi non pensa che i temi della protesta siano temi assolutamente attuali e trascurati da anni.
La politica e i governi italiano ed europei in generale sono lontani e in qualche caso indifferenti rispetto al disagio crescente delle persone, di quanti non riescono ad affrontare serenamente il presente e che, come i giovani più di altri, si vedono negare il futuro.
Mi verrebbe di dire, meno male che finalmente i giovani protestano. Meno male che ci sono legittime rivendicazioni di cambiamento.
Mi fanno più specie quanti si scandalizzano perché vedono turbata la loro agiata serenità e non sono minimamente toccati dalla precarietà.

Carmine Mariano
I giovani che protestano in Italia, in Francia, in Germania, in Spagna, in Serbia, sostanzialmente rivendicano tutti maggiore equità sociale e diritti fondamentali.
I giovani che protestano in Italia sono i nostri figli, sono i figli di donne e uomini che con grandi sacrifici mandano avanti il Paese e che non riescono più a proteggere le loro famiglie, che non riescono più a sostenere le spese degli studi, dell’università, della casa, anche a causa di una inflazione che ha divorato stipendi e salari e dell’arretramento dello stato sociale che sta seriamente minacciando il diritto alla mobilità. La mia generazione anche quando si proveniva da famiglie di salariati, è riuscita a garantire opportunità ai figli, la possibilità di studiare e di progredire, di avanzare nella scala sociale. Oggi, invece, è assai probabile che i figli degli operai e degli impiegati sempre più difficilmente diventeranno medici, avvocati, ricercatori, classe dirigente. Un tradimento dei principi scritti nella nostra Costituzione. Se non si inverte in fretta la tendenza ci sarà un pericolo grande per la democrazia. Si faranno avanti gli uomini forti. In fondo si sta già in parte verificando.
I fatti di queste settimane ci debbono interrogare su quanto siamo responsabili di ciò che sta accadendo e accadrà. Certo, non ci dobbiamo sentire tranquilli, ma non per le proteste dei giovani, ma per la deriva sociale e democratica delle nostre società.
Un abbraccio.
Caro Carmine,
conosco perfettamente la passione, la sincerità, la grande onestà intellettuale che sono alla base della tua nota. E ti dico subito che condivido, senza riserve, il cuore del tuo ragionamento. I temi sollevati dai giovani – studio, casa, salute, mobilità sociale – sono reali, urgenti e colpevolmente trascurati. In particolare, sottolineo la correttezza delle tue affermazioni proprio per quanto riguarda quest’ultimo aspetto, che non è noto ai più. Sì, è proprio vero, il cosiddetto “ascensore sociale” in Italia è in drammatico arretramento. È un fatto, non un’opinione. Per tutte queste ragioni, non ho alcuna difficoltà ad affermare che il diritto a protestare è sacrosanto. E hai ragione anche quando dici che dovrebbe preoccuparci più l’indifferenza dei garantiti che la rabbia di chi non ha garanzie.
Ma – mi verrebbe da dire – proprio perché queste ragioni sono così forti, non possiamo permetterci di indebolirle. Per cui offro alla tua riflessione il mio punto di vista, che parzialmente dissente dal tuo.
Liquidare l’assurda guerriglia come opera “di alcune frange di violenti che hanno monopolizzato i media” è una lettura che rischia di fare un torto proprio a quei ragazzi che tu giustamente difendi. Quando la guerriglia diventa sistematica e organizzata, non è più una frangia: è un problema. Un serio problema. E questo problema oscura le ragioni di chi protesta pacificamente. Le seppellisce sotto le immagini delle vetrine spaccate e delle auto in fiamme. Sotto le scene di bruta violenza. La quale non è un effetto collaterale della protesta, ne è la drammatica negazione.
Tu evochi il pericolo degli uomini forti. Hai perfettamente ragione. Quel pericolo esiste. Ma gli uomini forti non si fanno avanti “nonostante” il caos. Si fanno avanti “grazie” al caos. Ogni vetrina spaccata, ogni cassonetto in fiamme è un voto regalato a chi promette il pugno di ferro. Chi davvero ha a cuore i diritti dei giovani dovrebbe essere il primo a isolare la violenza, non a minimizzarla.
Tutto il tuo discorso, Carmine, è centrato sulla difesa della protesta e dei giovani che la praticano. Ma non c’è bisogno che tu mi convinca, o che insieme proviamo a convincere qualcuno dei lettori di questo giornale. Non ce n’è nessuno, puoi esserne certo, che contesti la protesta in quanto tale, né tantomeno il diritto ad esercitarla. Si discute – e si recrimina – sulle forme particolarmente violente utilizzate. Tanto abnormi da incorrere nella violazione del codice penale. Da cui l’intervento della magistratura. Perché se questa è intervenuta attraverso il GIP è perché c’è stata una violazione delle leggi. O no? E non ti sembra che tutto questo finisca per andare contro le ragioni della protesta, come prima dicevo? Che rappresenti il rischio maggiore perché possa essere affossata?
Alla fine, la discussione (e il conseguente conflitto) è tra le ragioni di chi protesta e le ragioni di chi deve far rispettare le leggi e garantire l’incolumità di tutti gli altri cittadini. E, secondo te, chi è destinato in questo conflitto a soccombere?
La vera sfida, carissimo amico, non è scegliere tra le ragioni della protesta e il dovere della sicurezza. È trovare il modo per tenerle insieme. La storia ci racconta – e più volte – della possibilità che ci si possa riuscire. Ed è in questa direzione che dovrebbe operare chi, come te, tiene sinceramente e onestamente al bene comune.
Con la stima di sempre.



