La vita lungo la via
C’è una notizia, pubblicata ieri, che suscita umana compassione, ma anche qualche riflessione…
Settembre, andiamo. È tempo di migrare.
Ora in terra d’Abruzzi i miei pastori
lascian gli stazzi e vanno verso il mare:
scendono all’Adriatico selvaggio
che verde è come i pascoli dei monti.
Con questi versi Gabriele D’Annunzio apriva il suo canto ai pastori d’Abruzzo, immortalando in endecasillabi il rito millenario della transumanza. Versi che profumano di Adriatico e di erba selvatica, di un mondo in cui il cammino delle greggi scandiva il calendario delle stagioni e il respiro stesso dell’economia meridionale. Oggi quei versi restano bellissimi, ma il mondo che raccontavano è quasi scomparso.
La notizia è quella della morte di Michele Turco, l’ultimo pastore transumante del Gargano. È morto investito sulla strada tra San Giovanni Rotondo e Manfredonia, mentre accompagnava il suo gregge. Ma questa non è soltanto una notizia di cronaca: è un epitaffio.
I tratturi erano le autostrade della civiltà contadina. Non semplici sentieri, ma arterie larghe e battute che per secoli hanno collegato cinque regioni – Abruzzo, Molise, Campania, Puglia e Basilicata – in un reticolo vitale lungo il quale non transitavano soltanto pecore, ma merci, saperi, dialetti, canzoni. Lungo quei percorsi sorgevano taverne, mercati, cappelle votive. Una civiltà intera si era organizzata attorno al passo lento degli armenti. Le “vie della lana” erano vie della vita. E chi le percorreva non rappresentava una presenza marginale, ma il motore di un’economia diffusa che teneva insieme pianura e montagna, costa e entroterra.
Giacomo Leopardi, con la lucidità che gli era propria, aveva intuito qualcosa di più profondo nella figura del pastore. Il suo Pastore errante dell’Asia non celebra la transumanza come realtà produttiva, ma ne coglie la dimensione esistenziale: Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai, Silenziosa luna? In quel dialogo impossibile tra un uomo solo e l’universo muto, Leopardi racchiudeva il senso di ogni erranza umana. La ricerca di un significato che sfugge. Il cammino senza approdo certo. Quanto è moderno questo canto! Quanto profondamente indagatore dei nostri dubbi, delle nostre paure! Il pastore di Leopardi siamo tutti noi. Esistenze che si interrogano sotto un cielo che non risponde.
Tra D’Annunzio e Leopardi si tende l’arco intero del significato della transumanza e della sua operosità vagante. Da un lato, l’epica collettiva, il lavoro come rito e appartenenza. Dall’altro, la solitudine cosmica dell’individuo di fronte alla natura. La transumanza conteneva entrambe le cose. Era fatica e poesia, economia e metafisica.
E oggi? Oggi sul Matese restano quattro pastori e quattromila capi. I tratturi sono frammenti dimenticati, che qualche associazione benemerita tenta di salvare dall’oblio. La tivvù ogni tanto manda un inviato su una malga pittoresca, confezionando cartoline bucoliche che nulla hanno a che fare con la realtà di chi lavora senza acqua, senza strade, senza infrastrutture, con i lupi tornati a predare le greggi e una burocrazia che vieta più di quanto agevoli. La pastorizia tradizionale – va detto chiaramente – è antieconomica. E la passione, per quanto nobile, non paga le bollette.
Eppure rinunciare del tutto a quel mondo significherebbe perdere qualcosa di irreparabile. Il paesaggio che ci incanta, le valli modellate, i pascoli aperti, il mosaico di verde e pietra. Non è solo geologia. È il frutto di secoli di mani operose e di passi cadenzati. Senza pastori, quel paesaggio diventerà boscaglia impenetrabile. E, con esso, svanirà una parte della nostra identità.
La sfida, allora, non è museificare la transumanza, né trasformarla in spettacolo folkloristico. Ma ripensarla. Servono filiere corte, tecnologia al servizio del benessere animale, politiche che rendano la vita nelle aree interne non un sacrificio ma una scelta possibile. Serve, in fondo, la stessa intelligenza pratica che per millenni ha guidato i pastori lungo i tratturi: sapere quando partire, dove fermarsi, come adattarsi al terreno. E questo discorso ci porta diritto alla questione dello spopolamento delle nostre aree interne. Alla capacità di ripensare i luoghi e, prima di questi, le ragioni di una scelta esistenziale.
Michele Turco camminava ancora sulle strade della transumanza. Ora che il suo passo si è fermato, tocca decidere se quei sentieri vanno tenuti aperti o se lasciarli inghiottire dal silenzio.
Il tratturo è là come un fiume silente, scriveva D’Annunzio. Sta a noi scegliere se continuare a percorrerlo e a dargli ancora voce e vita.



