L’Irpinia (e la Campania) modello Cetto La Qualunque
La piaga del clientelismo, la diffusa vocazione al trasformismo, l’esercizio corruttivo del voto di scambio. Sono pratiche antiche. Per stare alla Bibbia, con ogni probabilità già ai tempi di Adamo ed Eva – se vogliamo far finta di credervi – nel paradiso terrestre si derogava al codice morale vendendosi al diavolo per un morso alla mela.
Ma torniamo sulla Terra reale, in questa immensa valle di lacrime. Concentriamoci sul Mezzogiorno d’Italia, Campania interna, Irpinia. Fu proprio un irpino illustre, Francesco De Sanctis, a denunciare con forza, ancorché inascoltato, la degenerazione morale del suo tempo che chiamò “atonia politica” e “mezza cultura”.
Forse mai come nella fase che stiamo vivendo – nella provincia avellinese e più in generale in Campania – era stato raggiunto un livello tanto basso di “atonia politica” combinata con la “mezza cultura”. Appare più evidente in Irpinia e in Campania questa condizione perché qui, dalla nascita della Repubblica in poi, abbiamo avuto classi dirigenti politiche di statura culturale elevata. Non è che ai tempi di Sullo, De Mita, Gava, Pomicino, Scotti, Carmelo Conte ed altre personalità di primo piano, il clientelismo in modo particolare fosse una pratica eccezionale. Anzi: è stato quello il tempo in cui le consorterie locali del centrosinistra si sono espresse al meglio delle loro capacità negative. Tuttavia, lo spessore culturale e politico di quella classe dirigente garantiva nel Parlamento e nel Governo centrale una rappresentanza prestigiosa, capace di difendere gli interessi generali delle province campane, motivo per cui riusciva a far digerire perfino gli abusi e i soprusi di cui si rendeva impareggiabile protagonista.
Il panorama di oggi è oggettivamente di “mezza cultura”, in alcune aree addirittura d’un “quarto”. Certo, è innegabile che – seppure con i loro incurabili “vizietti” clientelari – abbiamo personalità di sicura rilevanza politica e culturale come De Luca e Gaetano Manfredi. Sono dotati di pragmatismo amministrativo e visione politica, sono riconoscibili e perfino carismatici. Di Roberto Fico si può dire ancora poco e forse riuscirà addirittura a sorprenderci positivamente. Di più: ci sono senza dubbio tante altre “belle persone” che adempiono al loro mandato istituzionale con dignità ed onore. Ma il resto, ossia la stragrande maggioranza della nostra classe dirigente, dov’è, cos’è, in cosa si sta distinguendo per smentire l’atonia politica e la mezza cultura lamentate da De Sanctis ben oltre un secolo e mezzo fa?
La provincia di Avellino può essere assunta a cartina di tornasole della consistenza politico-culturale media della Campania. In via esemplificativa, prendiamo lo spettacolo che hanno offerto i due rappresentanti irpini di maggioranza in Consiglio regionale, Alaia e Petracca. Su due problemi strategici del territorio provinciale – la piattaforma logistica in Valle Ufita e la Lioni / Grottaminarda – hanno consentito, senza batter ciglio, anzi calandosi le braghe, che l’ex governatore De Luca dirottasse altrove 130 milioni destinati alla prima opera, e che di fatto rallentasse, fino al blocco totale, il flusso finanziario necessario per completare l’asse viario a scorrimento veloce. Tuttavia, Alaia e Petracca non sono stati gli unici a dar prova della loro irrilevanza istituzionale. Rispetto alla coppia di “protagonisti” testé citati, non si sono di certo distinti per merito i due consiglieri di minoranza Petitto e Zecchino. Di tanto in tanto, evidentemente per forza d’inerzia, sono riusciti ad emettere appena qualche flebile rilievo critico all’indirizzo della Regione Matrigna: insomma roba da “comparse” di questo penoso teatrino parapolitico.
Di converso, già appare frenetica l’attività esibita da tutt’e quattro gli “onorevoli” regionali in vista delle politiche 2027, chi per la propria campagna elettorale (Petracca), chi a sostegno del partito d’appartenenza (gli altri tre). Sarà curioso ascoltare gli argomenti che proporranno agli elettori e quale credibilità potranno pretendere. Soprattutto sarà interessante vedere “con quale faccia” avranno l’ardire di chiedere il voto. Scatteranno le “mance elettorali” per questo e quel comune come compensazione del “Nulla politico” di cui si sono resi promotori? Sarebbe un approdo del tutto coerente con le preoccupazioni espresse da De Sanctis,
L’Irpinia offre anche un altro esempio paradigmatico di atonia politica e mezza cultura (anzi meno). Il 6 giugno scorso è stato eletto il nuovo presidente della Provincia. Un pasticcio senza precedenti che ha visto convergere sul sindaco di Candida, Fausto Picone (non proprio uno statista), tre quarti del Pd, Italia viva e Forza Italia, e tanto a dispetto del candidato indicato direttamente dalla segretaria nazionale, Elly Schlein, e dal vicepresidente nazionale del M5S, Michele Gubitosa. L’elezione è stato il frutto di un compromesso “preistorico” che ha sortito l’effetto, in un colpo solo, di spaccare il campo largo e il centrodestra. Insomma, un’operazione di rara “finezza” politica che ha visto anche qui, nelle vesti di attori protagonisti, i due consiglieri regionali Petracca e Alaia, per niente turbati dalla santa alleanza con un partito del campo avversario. Un teatrino d’avanspettacolo nel quale si è trovato subito ad agio il nuovo presidente, generoso distributore di cariche e incarichi, linea politica zero, ma in compenso Gran Maestro di litania delle promesse che già sa di non poter mantenere: insomma sul modello “Pilu per tutti” di Cetto la Qualunque.



