La Provincia di Avellino modello Cetto La Qualunque
Come dar torto ad Antonio Gengaro, principale riferimento di Elly Schlein in Irpinia, quando perde la pazienza e chiede la convocazione urgente della direzione provinciale del Partito Democratico? Lo ha fatto qualche giorno fa – attraverso il quotidiano on line Otto Pagine – alla notizia del nuovo CdA della Fondazione Sistema Irpinia nominato dal presidente della Provincia, Fausto Picone.
Gengaro non si è scagliato contro i nomi “non tecnici” scelti da Picone, peraltro tutte persone rispettabili. Il problema sollevato dall’ex vicesindaco di Avellino è d’altra natura: è l’appartenenza e la militanza politica di quei nomi. Un quadro di sintesi che Gengaro ha tratteggiato con una esclamazione inequivocabile e radicale, proprio alla maniera della leader dem: “Il Pd non può governare con la destra!”.
Ora, diciamolo subito con estrema chiarezza: l’Amministrazione provinciale di Avellino non è il centro della politica nazionale, non è qui che si decidono le sorti degli italiani, né tanto meno sarà il voto irpino a condizionare l’esito delle politiche del prossimo anno. Il voto di questo territorio è appena una goccia nel mare dell’elettorato del Paese. Tuttavia, l’impennata di rabbia e orgoglio di Gengaro riassume, forse senza volerlo, due criticità oggettivamente consolidate: da una parte il livello di degrado raggiunto – ahinoi! – da larghissima parte della classe dirigente politica locale; dall’altra, la necessità inderogabile di riformare – si perdoni il bisticcio – la riforma Delrio delle Province: un disastro probabilmente compreso anche (con ritardo) dal suo stesso ideatore.
Ma andiamo per ordine. Che l’Amministrazione provinciale sinistra-destra a guida Picone (Italia viva) fosse il frutto d’un inciucio ordito da politici di serie C, s’era capito – da parte di chi voleva capire – prima ancora che venisse alla luce. Vogliamo ricordare insieme e velocemente la trama di questo pessimo cortometraggio istituzionale? Attori protagonisti: Alaia (Italia viva) e Petracca (Pd). La coppia s’innamora. Dai preamboli si passa ben presto ai toccamenti più arditi. Petracca ci sta, perché persegue l’obiettivo di far fuori il candidato del suo stesso partito, che poi è il presidente della Provincia uscente, Buonopane. Vecchie ruggini, tutte provocate dal consigliere regionale. Ancor di più conviene ad Alaia: Italia viva, considerato il numero esiguo di sindaci e consiglieri comunali di bandiera, mai e poi mai potrebbe ambire alla presidenza. In ogni caso, il centrosinistra “classico” da solo comunque non avrebbe la maggioranza, tanto più che anche 5 Stelle e mastelliani correttamente appoggiano Buonopane. Ed è a questo punto che i due innamorati decidono di provare nuove emozioni e lavorano per un “ménage à trois”. Spunta così il terzo protagonista: D’Agostino, segretario provinciale di Forza Italia, sindaco di Montefalcione, ex deputato di centrosinistra, poi passato a destra e candidato certo alle politiche 2027. L’accordo va in porto. E Fausto Picone, da sindaco d’uno dei comuni più piccoli d’Irpinia, diventa presidente d’una Provincia che conta ben 118 comuni.
A questo punto della “memoria”, la nota a margine potrebbe apparire superflua, ma non lo è. A maggior ragione va offerta ai nostri lettori. In estrema sintesi. Enzo Alaia è il riferimento politico di fatto di Italia viva in Irpinia, ed è anche capogruppo di Casa Riformista in Consiglio regionale. Identica consistenza rappresentativa ha Maurizio Petracca: riferimento di fatto del Pd in Irpinia e capogruppo Pd in Consiglio regionale. Di Angelo D’Agostino si è già detto tutto. Ergo: Picone non nasce presidente per una banale rottura dei profilattici durante il “ménage à trois”, né per virtù di qualche spirito amico; bensì per volontà di tre rappresentanti politici, due di centrosinistra e uno di centrodestra: una scelta decisa con scienza e coscienza politica, anche se di “scienza” molto scadente e di coscienza decisamente incoerente.
Dicevamo della disastrosa riforma “Delrio” della Province. Un esempio per tutti, che riguarda proprio l’elezione dei presidenti. Gli elettori sono i sindaci e i consiglieri comunali dei municipi del territorio provinciale. In Irpinia sono poco più di 1.400, a fronte di circa 393 mila abitanti e poco meno di 300 mila aventi diritto al voto. Dunque 1.400 elettori “occasionali – i sindaci e i consiglieri comunali – che scelgono il presidente della Provincia in nome e per conto di 300 mila elettori naturali e 393 mila abitanti. È facile leggere in questi numeri di quanto venga ridotto il grado di democrazia partecipativa. Senza contare la facilità con cui può essere indirizzato il voto di “soli” 1.400 elettori in un territorio (non solo quello irpino) fortemente caratterizzato dal “vizietto” clientelare.
A parte il caso specifico trattato, la necessità e l’urgenza di riformare la Delrio non riguardano soltanto il ritorno all’elezione diretta dei presidenti delle Province. Con quella norma, intanto, si sarebbe evitato l’inciucio politicamente vergognoso che ha portato all’esito elettorale che conosciamo. Anche se sarebbe stato comunque interessante vedere sulla scena del loro teatrino politico Alaia, Petracca e D’Agostino intenti a chiedere il voto per un candidato presidente di “centrosinistradestra”. Al confronto, Cetto La Qualunque ci avrebbe fatto un figurone da Statista, indifferentemente con o senza “Pilu per tutti”.
In conclusione, alla prova dei risultati della riforma Delrio, oltre all’elezione diretta dei presidenti, alle Province andrebbero restituite, ampliate e rafforzate tutte le competenze che avevano. Non pare, infatti, che le Regioni stiano facendo un grande e utile lavoro, dedite come sono quasi esclusivamente alla gestione – e che gestione! – “mortificando” l’intelligenza della programmazione.



