Irpiniambiente e la sindrome “Alto Calore”
Abbiamo trattato il tema nel nostro Venerdì della scorsa settimana. In estrema sintesi: grazie al generoso “soccorso”, prima della Regione per mano dell’ex vicegovernatore Fulvio Bonavitacola, e da un anno a questa parte dell’Amministratore Unico, Professoressa Alfonsina De Felice, ci sono altissime probabilità che l’Alto Calore Spa – società pubblica che gestisce il ciclo delle acque in Irpinia – eviti il fallimento e venga messa in condizione di operare all’insegna – dobbiamo augurarci – del “Niente sarà più come prima”.
Il requisito vincolante, indispensabile e irrinunciabile perché la gestione dell’acqua resti pubblica – infatti – è che la Spa, i cui soci sono la quasi totalità dei comuni irpini, si rifondi su un modello e un sistema radicalmente diversi dal passato. La ragione è scolpita a chiarissime lettere nelle cronache dei misfatti politici e amministrativi che hanno portato l’Alto Calore sull’orlo del fallimento. Si può cambiare come a chiunque piaccia l’ordine e il grado delle responsabilità di sindaci e Consigli comunali “soci”, il risultato non cambia: la colpa grave della fine ingloriosa di questo carrozzone politico-clientelare è addebitabile, storicamente, ai primi cittadini irpini che si sono susseguiti per decenni nelle fasi del pre-commissariamento, ai loro referenti politici defunti e viventi, alle accondiscendenze o mancati controlli delle rispettive assemblee consiliari.
Intanto attendiamo con fiducia il pronunciamento definitivo del Tribunale. Allo stato, nessuno è in grado di dire quando sarà sciolta la riserva. Secondo i (quasi) beninformati, il brindisi virtuale all’acqua irpina dovrebbe essere “autorizzato” entro l’anno. Dopo di che riprenderemo l’argomento, partendo proprio dalla testarda, irriverente “propaganda” del succitato requisito vincolante, indispensabile e irrinunciabile.
Tuttavia, non c’è il tempo per risolvere una questione di pubblico interesse e in Irpinia è già allarme rosso per un altro servizio primario: la raccolta e smaltimento dei rifiuti. È il caso Irpiniambiente Spa, società interamente pubblica e attualmente partecipata al 100% dalla Provincia di Avellino. Anche qui c’è una storia lunga e tormentata, fatta essenzialmente di debiti accumulati, tensioni mai risolte tra Ato Rifiuti e Amministrazione provinciale, e conflitti politici perenni all’interno del Partito Democratico.
L’ultimo capitolo d’Irpiniambiente Story – quello che riguarda la riorganizzazione della società con il passaggio delle quote ai comuni – è di stesura assai complessa. Per due ordini di motivi. Il primo è di natura economica: la società è indebitata con i fornitori e rischia di fermarsi; ma nello stesso tempo vanta crediti dai comuni per oltre 14 milioni, destinati ad aumentare perché i sindaci lamentano carenza di risorse disponibili e non pagano. Il secondo motivo è più squisitamente politico: La Provincia deve disfarsi della titolarità d’Irpiniambente ma chiede, comunque, che la gestione resti interamente pubblica. La qualcosa, alle condizioni date, suona un po’ come la proverbiale pretesa d’avere la moglie ubriaca e la botte piena.
È nei fatti tanto intricato e complesso, questo capitolo d’Irpiniambiente Story, da indurre i sindacati a chiedere alla Prefettura il confronto che si è tenuto lunedì tra le diverse parti in causa. Scontata la piena disponibilità del Prefetto Franca Fico a seguire con il massimo impegno l’evoluzione della vicenda, a cominciare dalla tutela dei diritti dei lavoratori. Va aggiunto, a onor di cronaca, che un risultato pratico il Prefetto lo ha già ottenuto: Irpiniambiente si è impegnata a trasmettere alla Provincia, entro ottobre, i dati aggiornati del quadro economico-finanziario, indispensabili “per definire le strategie di recupero dei crediti vantati dalla società nei confronti dei Comuni, e per valutare – ove possibile – specifici piani di rientro compatibili con le disponibilità finanziare degli enti e con le necessità di gestione”.
È un primo passo avanti di oggettivo rilievo. E si puó avere certezza della ferma volontà della Prefettura di perseguire l’obiettivo finale con determinazione, chiaramente per quanto rientri nelle proprie competenze. Resta, tuttavia, molto problematico l’interrogativo sulla effettiva capacità dei Comuni irpini – sono 94 quelli attualmente serviti da Irpiniambiente – a diventare “imprenditori” di se stessi. I debiti diffusamente accumulati, proprio per il servizio rifiuti, sono un esempio paradigmatico della scarsa vocazione dei sindaci ad autogestire mansioni che hanno una valenza tipicamente imprenditoriale. L’opzione di una società mista pubblico-privata, con 51/49% di quote rispettive, potrebbe realizzare il duplice obiettivo d’un servizio direttamente controllabile, quindi più garantito sul piano della qualità, e di economie decisamente convenienti per l’ente pubblico e per i cittadini utenti. Oltre tutto, senza correre il rischio di ingerenze clientelari di politici e partiti politici: fenomeni che hanno caratterizzato larga parte della vita politico-amministrativa d’Irpinia, e che sono state la causa principale del rischio fallimento dell’Alto Calore Spa: tanto, giusto per citare un esempio “domestico”, e per concludere tornando a dove avevamo cominciato questa nota.



