Il depuratore di Nusco e l’epurazione politica che serve

Niente da fare, dunque. Dopo le sacrosante proteste d’una larga fetta di cittadini dell’Alta Irpinia, né l’evidenza drammatica certificata dall’Arpac sulla capacità d’inquinamento del famigerato depuratore di Nusco, men che meno i pareri di autorevoli esponenti del mondo scientifico, sono riusciti – ahinoi! – a svegliare dal sonno della ragione la classe dirigente politica e amministrativa irpina, impegnata com’è da mane a sera, alternativamente, tra pratiche clientelari, inciuci salottieri e ostentazioni di prestigio fondate sul nulla.

Silenzio sui dati dell’Arpac, silenzio sui rischi per la salute pubblica documentati dalla scienza medico-ambientale, silenzio sul disperato appello di cittadini costretti sempre più a costituirsi in comitati civici per far sentire la propria voce sui diritti negati. Che poi, al fondo delle cose, sono in gran parte gli stessi diritti predicati soprattutto dalla sinistra. Una veloce riflessione al riguardo: se il Pd è la sinistra, come vanta d’essere; e se la rappresentanza politico-istituzionale irpina – dal Consiglio regionale della Campania alla Provincia ai Comuni – è sostanzialmente di sinistra – come si spiega che i diritti dei succitati cittadini vengano ignorati, snobbati o addirittura calpestati? Il silenzio di Lorsignori è il silenzio dei colpevoli. Con l’aggravante che questo silenzio non è calato soltanto sul caso depuratore di Nusco. È un silenzio colpevole su tutti i casi – tantissimi – di ciniche aggressioni al patrimonio ambientale d’Irpinia.

Abbiamo assistito all’ennesimo episodio di “silenziosa osservazione” dell’Irpinia deturpata, rapinata della sua Natura “benigna”: per dirla con una azzeccatissima espressione del comitato “Fateci respirare”, l’Irpinia che da “Ambiente di vita” declina via via ad “Ambiente di rischio”. Ecco perché quel silenzio non è soltanto colpevole: è vile, è snob, è scandaloso grida vendetta. Ed ecco perché è un silenzio che va impresso nella memoria.

Proprio per questa necessità di non “dimenticare”, cari lettori de L’Irriverente, vi proponiamo la “memoria” di quanto accaduto nel caso del depuratore industriale di Nusco. Un caso paradigmatico, ripetiamo, del modo osceno di amministrare e politicamente guidare il territorio della provincia avellinese. E ve la proponiamo partendo da una considerazione che sintetizza il senso dell’intera vicenda: la presenza di cromo, idrocarburi e solventi nel suolo e nel sottosuolo – rilevata dall’Arpac in prossimità dell’area di scarico del depuratore industriale di Nusco – è un allarme che non può essere sottovalutato, che dovrebbe scuotere la coscienza dell’intera comunità provinciale, e “imposto” direttamente all’attenzione del presidente della giunta regionale della Campania, Roberto Fico, considerato che i consiglieri regionali irpini continuano a dormire all’impiedi, medesima postura tenuta per lo scippo di De Luca dei 130 milioni destinati alla piattaforma logistica di Valle Ufita e per lo scandalo dell’incompiuta Lioni-Grottaminarda.

La memoria del fattaccio, adesso.

Invero sono oltre dieci anni che la popolazione dell’Alta Irpinia denuncia criticità ambientali e inefficienze legate al funzionamento del depuratore industriale dell’area produttiva di Nusco-Lioni-Sant’Angelo. Per anni, i movimenti civici hanno sollevato il problema degli olezzi nauseabondi e della moria di pesci in alcuni tratti del fiume Ofanto. Ma le proteste sono state puntualmente sedate o, peggio, messe a tacere dai soliti noti politicanti locali.

La tanto attesa copertura della vasca di bilanciamento – situata nell’area F1, proprio all’ingresso del polo industriale – non è mai stata realizzata. Durante la pandemia da Covid, l’impianto aveva interrotto la lavorazione conto terzi, bloccando l’accoglienza di reflui, percolato e fanghi industriali provenienti da tutta Italia. Una boccata d’ossigeno – è il caso di dire – con il duplice effetto di azzerare sia i miasmi che le proteste dei cittadini. Il problema ricompare nel giugno scorso, quando l’aria maleodorante indotta dalle vasche torna a infestare la zona, rendendo impossibile la vita alle famiglie residenti nelle contrade al confine tra Lioni e Nusco. “È il disagio della lavorazione conto terzi”, provano a spiegare gli addetti ai lavori. Intanto, scatta la fase del “grande caldo”. Contemporaneamente aumentano anche i flussi quotidiani dei tir che sversano nelle vasche dell’area. Inevitabile la reazione dei residenti: in pochi giorni si contano ben 400 segnalazioni all’Arpac. Che peraltro era già attiva in zona con il campionamento e il monitoraggio annuale, come prescritto dalla classificazione AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale) dell’impianto di depurazione.

Invero, già nel corso dei precedenti sopralluoghi i tecnici avevano riscontrato irregolarità di varia natura: dalle inefficienze dell’impianto alla composizione chimico-fisica delle acque depurate e scaricate sul suolo. Questa circostanza è certificata dal report compilato dalla stessa Arpac e rassegnata per conoscenza agli organi di stampa a fine agosto: le analisi e i campionamenti riguardano il 2025 e il 2026. Le criticità – utilizziamo generosamente un eufemismo – erano già state rilevate, dunque.

Ma torniamo all’attualità. Mentre l’Arpac era impegnata nel monitoraggio, il 6 agosto scorso un gruppo di cittadini si raduna nel piazzale del depuratore per raccogliere firme a supporto di un esposto alla Procura della Repubblica: da trecento iniziali, le sottoscrizioni superano in poco tempo quota duemila. È la dimostrazione plastica del disagio di vita quotidiana non più sopportabile e la necessità inderogabile che venga fatta chiarezza. Nelle stesse ore, un’ispezione congiunta di Arpac e Carabinieri Forestali consente di acquisire nuovi elementi sul sito. La Procura apre un fascicolo e informa la Regione Campania tramite il Consorzio Asi. A distanza di poche settimane arriva il responso dell’Arpac, grazie all’accesso agli atti richiesto dalla CGIL di Avellino che si fa carico di renderlo pubblico. I residenti di quella zona avevano ben intuito la gravità di quanto stava accadendo. Il report, infatti, conferma che nell’area attraversata dal torrente Iemala, affluente dell’Ofanto, sono state rinvenute tracce di cromo esavalente e idrocarburi e solventi clorurati, il cui sversamento sul suolo e nel sottosuolo è espressamente vietato dal Decreto Legislativo n. 152 del 2006.

Avanti. Alla luce di quanto certificato, la Procura dispone il sigillo del depuratore per la lavorazione conto terzi, mentre la Regione ordina il blocco degli impianti, oggi autorizzati unicamente allo smaltimento per le aziende presenti nell’area industriale.

A questo punto, sono doverose alcune considerazioni ovvie ma necessarie. Il ruolo svolto dalle amministrazioni locali in questa gravissima vicenda? Praticamente zero. I sindaci sono intervenuti con ritardo e inutilmente. In buona sostanza, più per cavalcare una battaglia nata e condotta dal basso che per assumersi reali responsabilità. Tutto in linea con quanto L’Irriverente sta denunciando da tempo: non pochi primi cittadini irpini – emblematici i segnali che arrivano in questa vicenda da Sant’Angelo, Lioni e Nusco – amano vestirsi dei panni di Statisti già glorificati dalla Storia invece di pensare e agire sui problemi quotidiani dei loro territori per i quali,del resto, hanno ricevuto il mandato. Un comportamento che mortifica la politica, oltre a danneggiare gli interessi delle comunità locali; e fa esaltare il civismo, che spesso degenera in qualunquismo, dunque un altro calcio in faccia alla politica.

Tuttavia, nella fattispecie che stiamo trattando, doverosissimo è il riconoscimento di merito ai comitati civici che hanno condotto e vinto questa battaglia. Senza la loro azione non si sarebbe arrivati alla decisione della Procura di sequestrare l’impianto e di imporre al gestore un adeguamento tecnico da realizzare entro sessanta giorni. Avrebbe dovuto provvedervi l’Asi. Ma cosa ci si può attendere da un carrozzone politico, simil-ex Alto Calore, che continua a tenere le aree industriali irpine, a cominciare dagli accessi, in condizioni assai discutibili?

Al comitato civico costituito dai residenti nell’area del “depuratore” va riconosciuto anche un altro grande merito: aver chiamato a raccolta a Lioni – sabato scorso – illustri specialisti medico-ambientali per un convegno sulle correlazioni tra inquinamento e rischi per la salute. Il messaggio emerso dai lavori, e relativo proprio al caso-depuratore, è inequivocabilmente drammatico: i veleni sversati possono indurre il cancro e gravi malformazioni. Il verdetto è motivato in un fascicolo contenente le relazioni degli esperti. Ancora il comitato si è fatto carico di formalizzare la richiesta di bonifica dell’area controllata dall’Arpac e di un’indagine epidemiologica a tappeto su tutta l’Alta Irpinia.

C’è, infine, un altro aspetto da imprimere nella memoria. Le recenti indagini incrociano gli esiti di quella già aperta dalla Procura della Repubblica di Avellino guidata fino a un anno fa da Domenico Airoma. La mappa ambientale presentata nel 2025 descriveva la soglia di criticità in una scala di valori da 1 a 6. L’area geografica del polo industriale altirpino è censito ad un livello di criticità 4. In tutta evidenza, si tratta di un segnale spia già acceso in precedenza e puntualmente offuscato da rassicurazioni e promesse di interventi risolutivi rimasti sulla carta.

Oggi lo scenario socio-culturale di quest’area è cambiato, tanto quanto l’ambiente circostante.

Tramontata l’era della dittatura illuminata e del pensiero unico dominante, il cerino è finito in mano a un gruppo di cittadini – molti dei quali alle prese con durissime battaglie contro malattie oncologiche – che non hanno più niente da perdere, perché quello che avevano gli è stato già tolto. C’è chi spera in un intervento dell’Asl per una “radiografia” dettagliata e rigorosa della popolazione: la stessa che a partire dal post terremoto ha vissuto nell’amianto e ha filtrato tutto ciò che costruzioni e ricostruzioni hanno indotto. Vi pare una condizione accettabile?

A noi decisamente No. Sicché la domanda torna a salire spontanea: si può avere ancora qualche residuo, ragionevole dubbio sulla qualità della classe dirigente politica locale che ci ritroviamo? La nostra risposta è un altro No. Decisamente No.

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