“Il flauto magico” di quel 30 settembre 1791
L’Almanacco di oggi comincia da questa foto che risale al 30 settembre del 1791, quando in un piccolo teatro di Vienna, il Theater auf der Wieden, viene rappresentata in prima assoluta l’opera Il flauto magico, di Wolfgang Amadeus Mozart. La magia, anche senza flauto, l’avrebbe voluta il generale Vannacci quando ha saputo che nello stesso giorno, ma del 1190 Bagnara Calabra fu fatta occupare da Riccardo Cuor di Leone, durante il suo soggiorno nel Regno di Sicilia, a causa delle diatribe con il re Tancredi. Magia che invece ha ottenuto l’Italia giocando contro i Turchi, che nel 1439 arrivano nel friulano. C’è anche una magia nelle parole ed è quella che Giosuè riuscì ad esprimere nel 1884 nell’orazione per l’inaugurazione del palazzo del Governo di San Marino tuttora di grande attualità. Sia fausto e glorioso ai figli e nepoti lontani come a noi è sacro e felice questo giorno nel quale apriamo alla solennità degli officii la sede nova della repubblica. Mentre genti e governi d’Europa ondeggiano in tempesta di pensieri, d’eventi, d’aspettazioni; mentre un sordo brontolio sotterraneo par minacciare le fondamenta stesse della civiltà: questo palazzo, disegnato murato adornato secondo l’arte dei padri, noi con le memorie di quindici secoli accomandiamo e quasi protendiamo alle speranze dell’avvenire. Del passato, gli elementi e incunabuli di nostra gente e i sommi fastigi della sua storia noi salutiamo affacciandoci di qui alla vista delle città famose del piano, l’etrusca Ravenna, la gallica Rimini, Ancona la dorica. Che se Rimini co ‘l ponte d’Augusto, Ancona con l’arco di Traiano, Ravenna con le urne dei figli di Teodosio ostentano le altezze e le miserie dell’impero di Roma, la nostra venerazione ricerca piú commossa nella tomba di Dante l’altare della vita nuova d’Italia. Di cotesti elementi, dei semi di cotanta storia, sollevati dal vento delle fortune mutevoli, è germinato in questa altura questo fiore della nostra libertà. Per sollecita cooperazione del genio di razza con le circostanze della natura e le condizioni dei tempi, ruinata la mole romana, Dio volle si rifacesse da povera gente latina quassú ciò che è anima e forma primordiale nel reggimento del popolo italiano, il vico e il pago, il castello e il comune, liberi. Fiaccata anzi tempo la gioventú delle repubbliche, nel torbido imperversare delle signorie, sotto il castigo della dominazione straniera, nella fatica gloriosa del risorgimento, e ora in conspetto di tutte le nostre genti raccolte la prima volta sotto il nome unico ed eterno d’Italia, Dio volle e vuole che questo San Marino rimanga, memoria, testimonianza, ammonizione.



