Io sono la vena di Christa Pike… e vi parlo di come la vita ha sconfitto la pena di morte
Eccolo, si è conficcato, mi ha bucata, lo avverto prima di qualsiasi altro tessuto del corpo: sono una vena dell’avambraccio, una di quelle che l’infermiere ti cerca con due dita nella piega del gomito, dove la pelle è sottile e la luce delle lampade ci rivela nel nostro colore nobile, azzurre. E lo conosco, da cinquant’anni, qual è il mio compito: portare il sangue verso il cuore di questa donna, con la pressione di pochi millimetri di mercurio, piano, come si porta l’acqua in una conca, aiutata dalle piccole valvole che si aprono e si chiudono a intervalli, minuscole porte a battente messe lì dalla natura perché nulla torni indietro. Nei miei tre strati, l’intima, la media e l’avventizia, racchiudo un velo di endotelio liscio come la superficie di un lago fedele al sangue che accoglie; una sottile trama di fibre muscolari; un mantello esterno che mi tiene al tessuto. Nell’attimo in cui la punta d’acciaio, sottile, attraversa la pelle e apre un varco, sulla linea rossa viaggia il ferro, lo zucchero che nutre il cervello, l’ossigeno ai muscoli, la memoria chimica della paura, l’adrenalina. Il liquido lo percepisco in pochi istanti, anche meno: pentobarbital, dicono i protocolli, destinato a spegnere prima la coscienza, poi il respiro, infine il cuore. Eccolo, il liquido del Tristo Mietitore che, selvaggio e indomito, entra nel mio corso e viene trascinato verso il cuore. Quello destro poi attraversa i polmoni, torna nel cuore sinistro e da lì viene lanciato nell’aorta, verso il cervello, dove i neuroni diventano silenziosi e i centri che comandano la respirazione smettono di ordinare al diaframma di muoversi. Così, in teoria, dovrebbe accadere, ma non accade: la catena scritta nei manuali di medicina legale e in quelli che l’amministrano come una procedura giuridica: inizio, sequenza e poi la linea piatta che certifica la fine sullo schermo. Fine che non arriva. Qualcosa accade, o meglio non accade. Comunque io non c’entro nulla, da vena ubbidiente al comando anatomico ho consegnato il veleno al sangue. Io non ho deciso cosa deve passare. Lo hanno deciso da fuori. Il sangue l’ha, poi, dirottato dov’era naturale che andasse: in quel corridoio si muove lo Stato per raggiungere un risultato inumano. Christa Pike si sarebbe dovuta incamminare verso morte certa, senza alcun errore, e invece…altro sangue continuava ad arrivare, lento ma costante. Quel “maledetto” muscolo, il cuore, ostinato continuava a pompare, raccogliere, rilanciare, e il petto di Christa si alzava, poi si abbassava, nel loop del respiro. Poi un “russare”, un suono umile, quasi osceno, di chi non conosce il linguaggio delle sentenze, che non sa di essere vivo e continua, per questo, a respirare.
Christa doveva morire il 30 settembre, in Tennessee, nella camera dell’esecuzione del carcere di Riverbend, dopo che la Corte Suprema degli Stati Uniti aveva riaperto la strada alla pena capitale annullando una sospensione concessa in extremis da una corte d’appello. Doveva morire perché così impone una condanna a morte, in quella grammatica ordinata che esegue un ordine di Stato.
Lei che, oggi cinquantenne, era stata condannata per l’omicidio di Colleen Slemmer, diciannove anni, commesso nel 1995 quando ne aveva diciotto. Fu un delitto atroce, e nessuna riflessione sulla pena di morte può permettersi di passare sopra la vittima, sopra il dolore di sua madre May Martinez, sopra la vita di Colleen, che non può essere restituita né riscritta. Il lutto della famiglia ha una dignità indipendente da ciò che accade alla condannata e dovrebbe rinnegare l’utilizzo che se ne fa come scenografia di una disputa giuridica. Ma, proprio perché il delitto fu atroce, bisogna domandarsi che cosa stiamo facendo quando lo Stato sceglie di rispondere a un omicidio con un omicidio preparato scrupolosamente da medici, testimoni, tende, orologi, siringhe e verbali? Se la morte è la pena, allora la società non sta più cercando di proteggersi da una persona: sta mettendo in scena la propria capacità di ammazzare? E quello che è avvenuto è stato, forse, un miracolo? Una magia? La malcapitata ha avuto la luna giusta in suo favore in un equinozio di fortuna e incompetenza umana? Magari la dose era inesatta? Magari è la figlia di una strega che ha vinto la morte con la sopravvivenza come era avvenuto alle sue antenate secoli prima a Salem? Credo nulla di tutto questo, la sola stregoneria è la biologia (come direbbe il professore Gerardo Vespucci sorridendo davanti alla credulità popolare): la capacità di un organismo di “restare” organismo quando un apparato di potere gli ordina di cessare, la resilienza pura, un termine di cui tanto si abusa…stavolta ci sta a pennello. La vita che si aggrappa alle ossa, alle vene, all’acqua che tiene insieme le cellule; la vita che si volta, non guarda la sentenza e, in scienza, si rifiuta di eseguirla. Le fonti riferiscono che sono state somministrate due dosi di pentobarbital e che Pike è rimasta viva, con un battito presente e un respiro udibile, prima di essere trasferita in ospedale. Il governatore Bill Lee ha sospeso l’unica altra esecuzione prevista in Tennessee per il resto del 2026 e ha ordinato una revisione indipendente. A maggio il Tennessee aveva già dovuto fermare l’esecuzione di Tony Carruthers, perché i funzionari non erano riusciti a trovare una vena adatta all’iniezione, e il governatore l’aveva rinviata di un anno. Le autorità penitenziarie hanno dichiarato di aver seguito il protocollo autorizzato; quel protocollo, però, prevedeva una seconda serie di farmaci se la persona non fosse deceduta dopo la prima e non chiariva che cosa fare se fosse rimasta viva anche dopo la seconda. È qui il fallimento, la macchina si inceppa e la maschera crolla, rovinosamente.
Vedete, i protocolli medici dicono con precisione dove infilare l’ago, ma la giustizia dovrebbe chiedersi se una comunità diventa più giusta quando organizza la morte di una persona. La giustizia dovrebbe chiedersi che cosa resta dell’idea di dignità quando una donna viene ridotta a un protocollo che contempla soltanto due possibilità: morta oppure ancora una dose per finirla? In questa storia la biologia, certamente, non assolve Christa Pike o il delitto compiuto ma crea qualcosa di più scomodo: impedisce allo Stato di confondere la punizione con la riparazione. La vittima resta vittima, la colpevole resta responsabile, ma la comunità non è obbligata a ripetere lo stesso orrore diventando un’altra assassina.
C’è poi un dato temporale: Pike è stata condannata per ciò che era a diciotto anni; quando l’hanno legata a quel lettino per finirla era (ed è) una donna di cinquanta. I suoi avvocati hanno sostenuto che nella sua storia di abusi sessuali, malattia mentale e trauma non fosse stato valutato tutto adeguatamente. Ovviamente non si può sapere quale sarebbe stata la sentenza se quei dati fossero stati giudicati con la sensibilità e le conoscenze di oggi. Sappiamo soltanto che il diritto (indirettamente) ha continuato a chiamare con lo stesso nome una persona che ha scontato trent’anni di vita, carcere, trasformazioni e rimorso.
Se ci pensiamo per un attimo, la pena di morte è anche la pretesa di imbalsamare un essere umano nell’istante peggiore della sua storia e poi, decenni dopo, ucciderlo in nome di quell’istante. Guardata così, sembra una fotografia trasformata in anatomia, il rifiuto di ammettere che il tempo lungi dal restituire i morti, a volte cambia i vivi, compresi quelli che hanno commesso i crimini più efferati. In questo caso nessuno si sognerebbe mai di dire o affermare anche lontanamente che la vita di una condannata vale più di quella della vittima. Si tratta di una indegna quanto falsa scelta, costruita con un retropensiero squallido, rendere impossibile, appunto, ogni pensiero difforme. La vita di chi la vita l’ha persa viene, forse, onorata moltiplicando la morte? Forse viene onorata impedendo che il dolore diventi il combustibile di una nuova violenza istituzionale. Una società dimostra di aver compreso l’omicidio quando non lo ripete in forma “istituzionalizzata”.
Signori mie, Giudici della Corte Suprema, io sono la vena che a settembre non si è lasciata devastare e sono la sorella di quella che a maggio, nel braccio di Tony Carruthers, non si lasciò trovare. Siamo il piccolo corso d’acqua che il potere aveva scambiato per una strada a senso unico. Abbiamo ricevuto l’ordine, sentito il veleno, portato il sangue ma nessun organo del corpo ha deciso di firmare la sua condanna morte…e chest’è!



