Matteo Renzi e l’allevatore di buoi
Intervista a Matteo Renzi sul Corsera di ieri. Una domanda per tutte. Maria Teresa Meli chiede: “Giuseppe Conte ancora l’altrieri ha detto che lei è un problema per l’Italia. E ha chiesto che non sia ministro né candidato del listino di maggioranza…”.
La risposta: “Questa polemica sta diventando stucchevole per gli addetti ai lavori, figuriamoci per i cittadini. Io non sarò candidato nel listino di maggioranza per mia scelta: l’ho detto sei mesi fa, non ieri. Se tornerò in Parlamento, lo farò con i miei voti, non con l’aiutino dei 5 Stelle o del Pd. Sono eletto ininterrottamente da oltre vent’anni prendendo voti, non scroccando passaggi. E a differenza di chi è arrivato alla politica tardi, entrando direttamente nelle stanze del potere, conosco il valore della militanza: si fa politica per un ideale non per fare il ministro. Dunque non chiedo nulla agli alleati: offro però il mio impegno per mandare a casa Giorgia Meloni, Salvini e Tajani e tutto il cucuzzaro. E per costruire una coalizione che si occupi della crisi del ceto medio”.
Cosa dire? Candidarsi per mandare a casa qualcuno – si chiami Giorgia Meloni o Vercingetorige o anche Matteo Renzi – non pare il massimo per chi dice di far politica per un ideale. Tuttavia, a prescindere dal vero “perché” l’ex Premier si trovi oggi a suo agio con Avs, i 5 Stelle e soprattutto con il Pd para-Landini e radical chic di Elly Schlein, lontano anni luce da quelli che furono il suo Pd e la sua Dc, Matteo Renzi oggi sta interpretando a perfezione e volentieri il ruolo di quell’allevatore che perse i buoi e, per consolarsi, si mise a cercarne le corna.



