A Napoli non passa lo straniero

All’ombra del Vesuvio, nel 1911, nasce un trust della can­zone da un’idea imprenditoriale tedesca. Ciò non deve stupire: all’inizio del seco­lo appare ormai evidente a tutti che la canzone napoletana è di­ventata un business di tutto rispetto. Così, progettata sulla carta la missione impossibile di aggredire quel mercato e mono­polizzarlo in poche mosse, la Polyphon Musikwerke di Lipsia spedisce nella città del Golfo un suo rappresentan­te, Max Weber (curiosa omonimia con un più noto e colto personaggio!). Trovato un valido collaboratore in Emilio Gennarelli, proprietario di un negozietto di pianoforti in via Monteoliveto, Weber getta le fondamenta della futura Polyphon convocando i maggiori esponenti della musica parteno­pea e spiegando loro i termini di una rivoluzione che sconvolgerà ogni equilibrio preesistente minacciando di mandare a gambe all’aria la concorrenza. In effetti, la Polyphon ha poche idee ma terribilmente chiare e può contare su almeno una paro­la magica: “contratto in esclusiva con sti­pendio fisso”. Per musicisti e parolieri in perenne lotta con i conti da pagare a fine mese come quelli napoletani, la prospetti­va di un impiego stabile e retribuito mensilmente a fronte dell’obbligo di produrre a cadenze fisse (almeno una canzone al mese), rappresenta il miraggio della sal­vezza finanziaria.

Va detto che alcune star della canzone napoletana già godono di contratti privilegiati (a Di Giacomo, per esempio, vengono corrisposti congrui anticipi “per sua annualità canzoni”, mentre a Gambardella sin dal 1897 la Ricordi ha concesso uno stipendio mensile), ma la differenza proposta dai tedeschi appare enorme e allettante. Anzitutto stavolta i contratti sono di tipo standard, cioè più o meno uguali per tutti, in secondo luogo sono incredibilmente vantaggiosi dal punto di vista economico: le retribuzioni mensili promesse si aggirano infatti tra le 150 e le 250 lire, cifre favolose paragonabili forse solo agli stipendi della magistratura. In aggiunta a ciò, la Polyphon garantisce ai suoi autori la corresponsione delle royalties sullo sfruttamento delle canzoni con clausole di ferro e si impegna a svolgere un’attività promozionale senza risparmio per spingere tutta la sua scuderia. In un libro intitolato  Il trust della canzone napoletana, Gio­vanni De Caro racconta con quanto sincero entusiasmo Giovanni Capurro commenti l’incontro con il manager tedesco al collega amico Ernesto Murolo: «Sentite don Ernè, questo tedesco è un si­gnorone. Figuratevi che ha offerto a tutti, a tutti capite? – ed eravamo in molti – pa­ste a profusione, liquori e vermut. Sentite a me: la Polyphon si farà».

Pochi mesi più tardi, la Polyphon viene battezzata con un sontuoso banchetto in uno degli alberghi più lussuosi di Napoli. Tanto entusiasmo è più che giustificato, visto che al progetto hanno aderito quasi tutti gli astri più luminosi del firmamento napoletano: lanciata da importanti tournée nelle principali piazze italiane e tede­sche, la Polyphon si è assicurata i servizi delle migliori voci (da Gennaro Pasquariello a Olimpia d’Avigny) e vanta un diret­tore artistico assolutamente d’eccezione in Ferdinando Russo.

In pochi mesi la compagnia è già in grado di pubblicare canzoni fortunate come Quanno tramonta ’o sole di Russo, Lucia Lucì dei fratelli De Curtis, Nini Tira­busciò di Gambardella e Califano, Buona­sera ammore di Rocco Galdieri, L’ammore che fa fa’ di Ernesto Mutolo, ’A serenata ’e Pulecenella, ’A canzone ’e Napule, Sona chitarra, Amor di pastorello e Guapparia di Libero Bovio.

Sarà però proprio un te­sto scritto dall’appassionato nazionalista Bovio a provocare l’improvviso tracollo della neonata etichetta: la sera del 7 gen­naio 1915, al Teatro Bellini, Bovio e Rodolfo Falvo hanno la brillante idea di lanciare una Canzone garibaldina che inneggia al ritorno dell’Eroe dei Due Mondi e critica apertamente l’alleanza bellica con la Germania. Tutto ciò non può non irritare Weber e ancor più i vertici della casa madre di Lipsia. Coerentemente i due autori ribelli presentano le proprie dimissioni e scatenano un terremoto: forse esasperati dalla piega un po’ troppo impiegatizia che ha preso il loro lavoro, forse accesi da un improvviso orgoglio patriottico, ad uno ad uno tutti gli autori sotto contratto con la Polyphon si tirano infatti indietro determinandone di fatto la morte. Ritornati padroni della loro musica i Bideri, i Cottrau, i Santojanni possono finalmente gongolare dopo aver stretto la cinghia per tre lunghi anni: è accaduto quel che doveva accadere. A Napoli, almeno per adesso, non passa lo straniero.

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