Napoli nell’Ottocento
L’Ottocento napoletano fu un secolo di straordinaria vivacità culturale, segnato da tre fenomeni strettamente intrecciati: la centralità della musica, la fioritura della pittura vedutista e il fascino irresistibile esercitato dalla città sui viaggiatori europei del Grand Tour.
La musica era il cuore pulsante della borghesia colta. Il pianoforte, presente in ogni salotto, non era semplice arredamento ma autentico simbolo di prestigio familiare. L’educazione musicale era considerata fondamentale nella formazione culturale. Il Conservatorio di San Pietro a Majella rappresentava il vertice della formazione — prestigioso, selettivo, ad accesso per concorso — affiancato dal Liceo Musicale, struttura privata ospitata nella Galleria Umberto I, che trasformò quel luogo in vivace crocevia di musicisti, attori e canzonettisti. Ma i veri cenacoli furono i salotti dell’alta borghesia, dove serate al pianoforte si alternavano a incontri letterari. Da questo clima di raffinata sensibilità nacque la grande canzone popolare napoletana, espressione in realtà delle più alte personalità poetiche del tempo.
Tra Settecento e Ottocento si affermò un genere pittorico singolare: le gouaches, piccole tele a olio o tempera raffiguranti vedute del paesaggio napoletano — il Vesuvio, il golfo, Pompei, Ercolano — destinate ai turisti stranieri come “cartoline” ante litteram. La tecnica prevedeva acquerello addensato e una tavolozza di otto colori fondamentali, con ricette segrete gelosamente custodite da ogni artista. Figura centrale fu il tedesco Filippo Hackert, pittore alla corte di Ferdinando IV di Borbone, considerato il padre delle gouaches napolitaines, che insegnò pittura persino a Goethe. Tra i maestri del genere si annoverano l’inglese Pietro Fabris, il francese Volaire e i napoletani D’Anna, Della Gatta e Fergola. Preziose raccolte sono oggi custodite a Palazzo Zevallos Stigliano e nel Museo di San Martino.
L’espressione “Grand Tour” risale alla prima guida turistica di Richard Lassels (1670). Era un viaggio avventuroso, a cavallo o in carrozza, che i rampolli dell’aristocrazia inglese intraprendevano per completare la propria formazione, con tappa obbligata a Napoli, terza metropoli d’Europa. Figura chiave dell’accoglienza fu Sir William Hamilton, ambasciatore britannico, appassionato archeologo e precursore della vulcanologia, sostenitore degli scavi di Pompei. Le cronache ricordano anche il suo matrimonio con la giovane Emma Lyon — lui sessantenne, lei ventisei anni — poi amante dell’ammiraglio Nelson. Napoli attirò le più grandi personalità europee: da Montesquieu a Goethe, da Stendhal a Dickens. La Rivoluzione francese interruppe questa tradizione, che oggi rivive nei moderni itinerari verso i Campi Flegrei, la costiera amalfitana e Paestum.



