Il radical chic non abita le periferie
Mi sono sentito costretto a ritornare sulla questione della guerriglia di Milano. Costretto da chi? Da una caterva di reazioni suscitate dalla polemica tra il ministro Piantedosi e il sindaco Sala. Polemiche che, in verità, ci possono stare. Tutte. In fondo, prevedibili. Anzi, forse inevitabili.
E dunque, fin qui niente di nuovo. Se non fosse che sono rimasto molto colpito dal commento indignato di Michele Serra, pubblicato su Repubblica. Capiamoci: anche questo ci può stare. Ci può stare come parte di quel tipico prodotto nostrano, di quella commedia dell’arte che il nostro Paese argutamente creò e meravigliosamente elaborò circa settecento anni fa. Per poi esportarla nell’intera Europa, facendo conoscere al vecchio continente maschere che sono diventate immortali. Balanzone, per esempio. Il vecchio, prolisso dottore, apparentemente serio, sempre pronto ed interessato ad arringare l’uditorio.
La polemica – a questo punto a tre – potrebbe rappresentare una piccola lite domestica, tutta italiana, se non portasse con sé un colossale tentativo di negazione. Una inconcepibile rimozione di eventi clamorosi che riguardano praticamente l’Europa intera.
E questo sarebbe già sufficiente a giustificare un ritorno sulla notizia. Ma quello che risulta veramente sconcertante è il linguaggio che Serra utilizza. L’opinionista definisce di “infimo livello” la “frasetta” con la quale il ministro dà del radical chic al sindaco di Milano. Per poi aggrovigliarsi in un discorso abbastanza confuso di falò e di piromani, che si conclude con una allucinazione orgiastica di fiamme che bruciano sotto il sedere di tutti. Dell’intero popolo italico. E, naturalmente, anche sotto quello augusto del ministro degli Interni.
Stupefatto, mi chiedo: ma c’era bisogno di tanto livore? E c’era bisogno sì! Perché il problema non è l’aggettivo in sé. Radical chic è una definizione che non si nega a nessuno. Senonché, il problema è che Serra appartiene esattamente alla categoria che Piantedosi in quel modo descrive. E, purtroppo per lui, non se ne è ancora reso conto.
Qual è il senso del radical chic di cui parla Piantedosi? È la tendenza a trasformare ogni questione di ordine pubblico in una questione di linguaggio, di sensibilità, di superiori motivi morali, pur di non parlare della realtà materiale. Pur di non parlare delle questioni vere. Le periferie bruciano? Colpa della polizia. I negozi vengono devastati? Colpa del governo che non dialoga. Gli abitanti hanno paura a uscire la sera? Non sono veri problemi di sicurezza. Sono solo percezioni.
Sala, davanti a tensioni che a Milano sono sotto gli occhi di tutti, oramai strutturali nel quotidiano della città meneghina – dalle occupazioni ai raid, dalle baby gang al degrado di interi quartieri – trova come unica risposta “il governo non ha mandato abbastanza agenti”. Il sindaco pratica esattamente l’esercizio di sempre: banalizza. E sposta il problema dal suo tavolo a quello romano.
Ed è qui che Piantedosi ha ragione. L’ordine pubblico non è solo il numero di camionette. È il decoro, è l’illuminazione, è la lotta allo spaccio sotto casa, è il controllo delle case popolari occupate, è la capacità di dire che esistono regole che valgono per tutti. Tutte precise competenze comunali, queste. Se mancano, non basterà un esercito di poliziotti.
E come la mettiamo, poi, con l’Europa intera, che è messa a ferro e fuoco proprio da questo cortocircuito? A Parigi, a Berlino, a Bruxelles, a Madrid, lo schema è perfettamente identico. Anche lì mandano pochissimi questurini?
La verità – che i radical chic si mostrano disturbati a sentire – è che da anni una parte della sinistra urbana e della stampa di riferimento ha scelto di non vedere. Ha chiamato razzismo ogni richiesta di sicurezza. Ha chiamato fascismo ogni domanda di legalità. Ha liquidato come “populismo” la paura della gente normale. Il risultato – a ben pensarci – non poteva essere diverso. In Francia le periferie esplodono ogni estate. In Germania si discute di esercito nelle stazioni. In Svezia e in Olanda, modelli di tolleranza, si fanno i conti con una criminalità che non avevano mai conosciuto.
Non è un caso. È il prezzo che oggi si paga per aver delegato l’ordine pubblico all’ideologia. Quando chi presiede una città passa il tempo a fare il censore morale del governo, invece di amministrare, allora fa sì che si crei il vuoto. E il vuoto viene sempre riempito da qualcun altro.
Serra si indigna per un termine: “radical chic”. Ma non si indigna per le serrande abbassate, per gli autobus che cambiano percorso la sera, per le ragazze che non prendono più la metro da sole, per le periferie disperate. Questa, per lui, è cronaca. Spicciola. Stupida. Insignificante. E anche un po’ maleodorante magari. Che non ha certo la dignità adeguata per poter essere ospitata dalla prestigiosa sua “Amaca”.
Piantedosi, piaccia o no, ha messo il dito nella piaga. Ha ricordato che governare le periferie non è fare la predica, è garantire che la gente ci possa vivere. E finché chi dovrebbe farlo continuerà a rispondere alle domande sull’ordine pubblico con lezioni di bon ton progressista, le fiamme del malcontento – quelle che Serra giustamente dice che riguardano tutti – continueranno a bruciare. Anche sotto il dottor Balanzone – vecchio radical chic, mezzo burbero e mezzo no – che, a questo punto, temo abbia il sedere piuttosto bruciaticcio.



