Viviani: una vita difficile

È un personaggio controverso Viviani, e su di lui i giudizi si dividono sempre. Salvatore Di Giacomo – per esempio – lo considera insopportabile per quella sua lingua ibrida, per cui include le produzioni di Viviani tra quelli che lui chiama, con disprezzo, gli “scarafaggi letterari” di Napoli. Un altro suo collega, Ferdinando Russo – che pure quando scrive poesie e canzoni si cala nella parlata del popolo – lo odia a morte. Per non parlare naturalmente del regime fascista, che nel teatro dialettale di Viviani vede un pericoloso attentato all’unità italiana.

Ma diffidenze, censure e ostracismi potranno poco, perché nella storia di Napoli Viviani rappresenta un punto fermo ineludibile: è il superatore del naturalismo. Il primo a usare la lingua e la voce più verace del popolo. E a rivelarne anche i pensieri più nascosti.

Raffaele Viviani nasce il 10 gennaio 1888 a Castellam­mare di Stabia. Le precarie condizioni di suo padre lo costringono a lavorare già in tenera età. E così, a cinque anni, stretto in un frac di velluto grigio, Raffaele canta già canta su un palco. A sette duetta con sua so­rella. A diciotto ottiene il primo contratto teatrale come autore di macchiette. Il tutto, naturalmente, vissuto in teatrini di infimo ordine, squallidi cir­chi equestri, baracconi di le­gno coi fondali pitturati alla meno peggio, montati in quattro e quattr’otto negli spiazzi dei quartieri poveri.
Dopo le prime ingenue parodie di stampo macchiettistico, Viviani inizia a scrivere testi più personali e a ficcare la punta della sua penna dentro il ventre di Napoli. Già a partire dal 1910 le sue canzoni contengono parole di amara denuncia sociale. Per primo, Viviani parla di spazzini, camorristi, strozzini, ladrun­coli costretti a delinquere dal bisogno. Da qui parte il suo viaggio in un’umanità affannata e dolente, ma colorata e vitale. Ines, la prostituta protagonista di Bammenella ‘e copp’ ‘e quartiere, è uno dei tanti volti ritratti a tinte vivide dal Viviani di Toledo di notte, un atto unico del 1918 ambientato in una delle strade più popolari della città. Ma, soprattutto, Ines è la più celebre delle sue donne: tutte figure forti, fiere, consapevoli della propria condizione, forse abbrutite nel corpo ma non ancora marcite nell’anima.

Fino al 1917 Viviani è ancora estraneo al mondo del teatro vero e proprio. Quando, però, poco dopo Caporetto, entrano in vigore restrizioni nei confronti del varietà, egli si rende conto che è ora di cambiare e ha l’intuizione di legare monologhi, dialoghi estemporanei e anche pezzi musicali con un esile filo conduttore. È così che, da un giorno all’altro, il Viviani modesto macchiettista si trasforma in autore di atti drammatici. Nel primo decennio di questa nuova attività, recuperando vecchi materiali e integrandoli con testi originali, completerà trentuno commedie. Nel secondo decennio altre diciotto. Fra i titoli sicuramente degni di essere ricordati: Circo equestre Sgueglia, Fatto di cronaca, Pescatori, Nullatenenti e Guappo di cartone.

Nelle sue commedie si muovono personaggi veri, presi da quel repertorio inesauribile di tipi umani che offre il popolo: uomini e donne sanguigni e schietti, incapaci di moralismi, che raccontano la vita così com’è, senza abbellirla. E altrettanto veritiere sono le canzoni che Viviani mette in bocca ai suoi personaggi. Anche queste esplicite già nei titoli che portano: Canzone ‘e sott’ ‘o carcere, ‘A canzone d’ ‘a fatica, Scurdato ‘nterra a ll’isola, Fravecature. Sono mondi di cui solitamente l’intrattenimento preferisce tacere: quello degli ergastolani che da dietro le sbarre ascoltano il lamento della loro donna, quello degli zingari, dei vetturini da nolo, dei vicoli bui lontani dai circuiti turistici, della gente che del precariato ha fatto una regola permanente di vita, ­degli emarginati.

Gli ultimi anni Raffaele Viviani li vive male. Sia perché parecchio malato. Ma soprattutto perché mal visto da coloro che non sopportano il suo teatro – troppo di sinistra – che continua a diffondere in Italia e nel mondo un’immagine poco attraente di Napoli. Mal tollerato persino dall’intellighenzia del suo partito. Tuttavia, Viviani lavora ancora senza sosta. Spesso nei teatri salvati dalle bombe di una guerra che ha praticamente sventrato l’intera città. E nonostante sia stremato e le forze siano ridotte al lumicino, lavora alla stesura di un’autobiografia, a due nuove commedie e a un complesso lavoro di rielaborazione della sua produzione passata.

E così, l’uomo che, senza aver letto né Marx né Gramsci né Brecht ha rivoluzionato il teatro napoletano, fa­cendolo specchio fedele della vita, muore con animo sereno e appagato il 22 marzo 1950, a sessantadue anni.
Tre anni prima, aveva scritto un’ultima illuminante riflessione sulla vita, intitolata Se davvero muore soltanto il corpo.

Sign Up to Our Newsletter

Be the first to know the latest updates

[mc4wp_form id="13355" element_id="style-1"]