“Maria la rossa” di Port’Alba

Maria era una bellissima ragazza dai capelli rosso fuoco che viveva nei pressi dell’attuale Port’Alba, che collega Piazza Bellini e Piazza Dante e che fu fatta erigere nel 1625 dal Duca d’Alba al posto di un buco (‘o pertuso) scavato dal popolo per evitare il giro lungo da quella che oggi è via Costantinopoli.  La zona era chiamata “Largo delle Sciuscelle” per la presenza notevole di alberi di carrube che al soffio del vento scrosciavano in un fruscio sinistro.

La leggenda narra che il giorno delle nozze di “Maria la rossa” con il suo innamorato Michele una forza misteriosa e sovrumana immobilizzò il promesso sposo impedendogli di muoversi e che egli, terrorizzato, non volle più saperne della sua bellissima innamorata.

La tradizione popolare vuole che Maria, tacciata di stregoneria, fosse stata condannata a una morte atroce e spettacolare. Rinchiusa in una gabbia di ferro appesa ad un gancio posto al centro dell’arco di Port’Alba e lasciata morire di fame e sete sotto gli occhi dei passanti. Si narra che prima di morire Maria scagliò una terribile maledizione sulla folla e che il suo corpo non si decompose ma si pietrificò.

La storia di “Maria di Port’Alba” non ha riscontri storici e nella tradizione popolare napoletana costituisce un unicum.  Non risultano altri racconti di malefici puniti con un processo da Inquisizione. Semplicemente perché a Napoli il Sant’Uffizio dipendente da Madrid non ha avuto mai ingresso, anche se il vicereame spagnolo tentò ripetutamente di imporlo. I napoletani, infatti, si opposero con le armi all’introduzione dell’Inquisizione mentre magistrati e giuristi utilizzavano un’arma legale e potente per bloccare i decreti dell’Inquisizione romana: il “Regium Exequatur”. Senza questo visto di approvazione del massimo organo giuridico napoletano, le pronunce dell’Inquisizione romana non avevano efficacia.

La narrazione popolare della condanna di “Maria la rossa” per stregoneria ad opera dell’Inquisizione va dunque letta con gli occhi del mito ed è probabilmente il riflesso della paura.  Perché, se è vero che Napoli fu un’isola felice nell’Europa della controriforma, è pur vero che “l’ombra del Sant’Uffizio” terrorizzava comunque. Basti pensare che la Spagna governava Napoli. Probabile, dunque, che il popolo abbia recepito elementi reali rispondenti ad altre logiche, facendone il fulcro della narrazione. Il gancio di ferro sotto l’arco (pare ancora visibile) serviva per appendere le stadere.  Quanto alla “gabbia della Giustizia”, non era tipica dell’inquisizione ma costituiva una pena infamante del vicereame che vi esponeva i cadaveri dei condannati per reati gravi. Il rosso dei capelli, poi, è la consueta narrazione della figura della strega.

Dunque, mitologia cittadina che ha assemblato paure, elementi reali e pregiudizi?

Fatto sta che “Maria la rossa” ancora vive nell’immaginario dei vicoli.

Studenti, librai, abitanti del posto narrano di lamenti uditi nelle notti di vento, di sensazioni di freddo improvviso in corrispondenza del gancio di ferro, di avvistamenti notturni di una sagoma sfocata dai riflessi fulgidi.

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