La piazza brucia. Ma chi ha vinto?

C’è uno schema che si ripete nella storia italiana con una regolarità che dovrebbe inquietare. Uno schema semplice nella sua meccanica, devastante nei suoi effetti. La protesta civile — legittima, sacrosanta, figlia di disagi reali — degenera in violenza. La violenza provoca una reazione, compatta e durissima, dello Stato e dell’opinione pubblica. La reazione travolge tutto: le ragioni e i torti, le istanze giuste e le azioni criminali. Alla fine, la piazza tace. E le ingiustizie restano esattamente dove stavano.

Lo abbiamo visto con il terrorismo brigatista. Lo stiamo rivedendo oggi, con una nitida similitudine che toglie il fiato.

Il 17 ottobre a Milano un corteo contro il carovita è degenerato in guerriglia urbana. Almeno 2.000 giovanissimi incappucciati hanno saccheggiato negozi, incendiato cassonetti e un cantiere in piazza Duomo, attaccato le forze dell’ordine. Bilancio: 271 persone portate in Questura (220 delle quali minorenni, alcuni di dodici anni), 14 agenti feriti, oltre 700.000 euro di danni stimati da Confcommercio. Scontri anche a Torino, Bologna, Bergamo. E subito dopo, sui social, la nascita del “Movimento 17 ottobre” con nuove convocazioni per il sabato successivo.

La reazione dello Stato è stata fulminea e massiccia. In sette giorni il Governo ha approvato il decreto-legge 190/2026: nuovo reato di violenza organizzata nelle manifestazioni (art. 420-bis, da 2 a 5 anni, fino a 12 per chi organizza via social), fermo preventivo esteso ai minorenni, arresto in flagranza differita per devastazione, presunzione di imputabilità dai 14 anni, sanzioni pecuniarie ai genitori. Un arsenale giuridico costruito in una settimana.

Il 24 ottobre il dispositivo è scattato prima dei cortei. Perquisizioni preventive, controlli nelle stazioni, identificazioni a tappeto fin dal mattino. A Milano, città blindata, 2.885 persone identificate. Il presunto promotore del Movimento, Youssef Siher, fermato prima che potesse comunicare i punti di raduno. In tutta Italia 4.454 identificati, 207 fermi preventivi, 15 arresti, 110 minorenni accompagnati in ufficio. Risultato? Nessun saccheggio. Nessuna devastazione. Operazione pienamente riuscita.

La soddisfazione è palpabile nel Paese. Un intervento potente e soft nello stesso tempo, determinato e chirurgico, efficace e pulito, ha dato la rappresentazione di una tutela del cittadino decisa e calibrata, altamente professionale. Il Paese sembra aver recuperato l’auspicata tranquillità.

Ed è proprio di fronte a questa normalizzazione, invocata e poi realizzata, che scatta la domanda che ogni cittadino pensante dovrebbe porsi: cui prodest?

L’opinione pubblica, comprensibilmente spaventata dalle vetrine infrante e dalle auto in fiamme, si è compattata contro la violenza. Reazione sana e naturale. Il problema è ciò che avviene subito dopo. Nel rigetto della violenza finisce per annegare anche il contenuto della protesta. Le disuguaglianze crescenti, il lavoro precario, i servizi pubblici al collasso: tutto scompare dal dibattito, sostituito dall’emergenza sicurezza. Chi protestava pacificamente si ritrova accomunato ai violenti. Chi alzava la voce per chiedere diritti ora abbassa lo sguardo per non essere confuso con chi lanciava molotov per incendiare le macchine ed estintori contro per spaccare la testa ai poliziotti.

La nota del Ministero dell’Interno celebra l’equilibrio ritrovato tra prevenzione e diritto di manifestare. Un vero successo personale di Matteo Piantedosi.

Ma i numeri raccontano anche un’altra storia: quella di una piazza trasformata in un luogo sorvegliato, schedato, controllato. Il diritto di manifestare resta formalmente intatto, ma la sua sostanza è avvolta in un reticolo di controlli che ne cambia profondamente la natura.

È il meccanismo che la storia italiana conosce fin troppo bene. La stagione delle stragi e del terrorismo produsse esattamente questo effetto: una società civile ammutolita. La paura prese il posto della partecipazione. La richiesta di ordine soffocò la richiesta di giustizia. E io — ricordo — mi chiedevo: cui prodest? Non è che le brigate rosse sono cieco strumento nelle mani di altri? Possibile che chi ha operato con inaccettabile violenza sia tanto scellerato da non capire che così sta affossando le civili rivendicazioni?

Le indagini della Procura di Milano stanno facendo emergere contorni inquietanti: trame eversive, regia occulta, una violenza troppo organizzata per essere solo rabbia spontanea. Il sospetto che qualcuno alimenti la fiamma della violenza proprio per spegnere quella della protesta legittima non è dietrologia: è analisi politica.

Ma c’è una domanda ancora più elementare, che va posta con brutale franchezza a chi quella guerriglia ha promosso e alimentato (e anche a chi prova a giustificarla): ma cosa vi aspettavate? Che lo Stato restasse a guardare? Che le forze dell’ordine assistessero inerti al saccheggio di una città? La reazione era non solo prevedibile, ma scontata, doverosa, più che legittima. E allora, a che pro? Che senso ha mettere a ferro e fuoco una piazza, sapendo che l’unico risultato sarebbe stato un giro di vite durissimo, un’ondata di consenso per la linea dura, e il naufragio di ogni istanza civile sotto le macerie della devastazione?

Forse chi ha orchestrato tutto questo si aspettava il solito Stato incapace e balbettante, quello che l’Italia ha conosciuto troppe volte. E invece ha trovato una risposta efficace e decisa, coordinata e chirurgica. Ha trovato, per una volta, uno Stato che funziona.

Se l’obiettivo era difendere i diritti dei più deboli, la strategia della guerriglia urbana è stata suicida. Se invece l’obiettivo era un altro — provocare la reazione, seppellire la protesta legittima sotto le ceneri della violenza — allora siamo di fronte a una strategia lucida e criminale.

In entrambi i casi, quando la piazza brucia, a vincere non è chi protesta. E neppure chi reprime. Vince chi ha interesse a che nulla, mai, davvero cambi.

Vince il gattopardo.

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