La nuova preghiera dell’Irpinia
Qualche giorno fa L’Irriverente ha pubblicato un articolo di Emilia Cirillo: Preghiera in Irpinia. È un pezzo molto bello. Che ha circa vent’anni. E tanti, quindi, lo separano da La vita lungo la via, che io ho scritto – sul medesimo giornale – un po’ di giorni fa. Vent’anni in cui il mondo è cambiato, la tecnologia ha riscritto le regole dell’economia e le distanze si sono di molto accorciate. Sicuramente per chi vive nei luoghi dove il futuro ha deciso di transitare. Ma non per le zone interne del Mezzogiorno. Non per l’Irpinia. Non per quei paesi arroccati tra il Cervialto e il Matese, dove il tempo sembra essersi fermato. O, peggio ancora, sembra aver camminato all’indietro.
Emilia Cirillo percorreva l’Ofantina sotto la pioggia, diretta a Guardia dei Lombardi per l’ultimo saluto a Giandonato Giordano, un uomo che aveva speso ogni energia per la sua terra. E lungo quella strada piena di fossi, tra faggi potati e fascine raccolte da mani esperte, pronunciava il suo spontaneo incantesimo: «Chemeraviglia!». Sì, proprio così, come un’unica parola. Quasi un sussurro di una bambina incantata davanti allo splendore del creato. Davanti alla maestosità del Cervialto, alla visione di Bagnoli arroccata, di Montella collocata un po’ più giù, di Nusco appartata. Ma, accanto a lei, l’amica alla guida opponeva alla bellezza dei luoghi la concretezza amara dei fatti: «Non si mangia con il paesaggio». Niente ferrovie, niente infrastrutture, niente università. Solo parole, tavoli, soldi sprecati e nastri tagliati. E quella preghiera corale, recitata nella piccola sala del municipio dai pavimenti a cementine, diventava preghiera non solo per un uomo, ma per un’intera terra, perché per essa «sia fatta una nuova volontà».
Vent’anni dopo, io ho raccontato la morte di Michele Turco. L’ultimo pastore transumante del Gargano, investito sulla strada mentre accompagnava il suo gregge. E in quella morte leggevo non una notizia di cronaca, ma un epitaffio. La fine di una civiltà che aveva tenuto insieme cinque regioni lungo i tratturi, quelle autostrade della civiltà contadina dove transitavano non solo pecore, ma merci, saperi, dialetti, canzoni. Sul Matese restano quattro pastori e quattromila capi. I tratturi sono frammenti dimenticati. La pastorizia risulta antieconomica: la passione non paga le bollette. E il paesaggio che ci incanta – quel mosaico di verde e pietra – che, senza le mani che lo hanno modellato per secoli, diventerà boscaglia impenetrabile.
Due testi diversi per registro e occasione, eppure gemelli nella sostanza. Entrambi descrivono quella bellezza che non basta a salvare una terra che si svuota. Entrambi denunciano un abbandono che nessuna retorica riesce più a mascherare. E però la lettura in sequenza di entrambi pone una domanda che brucia: perché in vent’anni non è cambiato nulla?
La risposta non sta solo nelle infrastrutture mancate, nei fondi dilapidati, nella burocrazia che vieta più di quanto agevoli. Sta in qualcosa di più profondo e più crudele: un destino che ha fatto sì che siano via via scomparse dal nostro territorio tutte le menti brillanti e capaci di autonomia. Ci guardiamo intorno e ci accorgiamo che dei Giandonato non ce n’è più nessuno.
Ogni territorio, per legge naturale, produce – in una certa misura – anche uomini di grande qualità. Intelligenze vive, spiriti liberi, persone in grado di prendere in mano le sorti di una comunità ed imprimere una svolta. L’Irpinia e le zone interne del Sud li hanno avuti, questi uomini. Ma li hanno persi. In vario modo. Una buona parte è stata stroncata prematuramente da destini avversi: una malattia, un incidente. Per volere di quella sorte cieca e bastarda che mica sta a badare alle capacità e al merito. Una piccola parte s’è persa da sola. Quando è arrivato il momento decisivo, non se l’è sentita: ha esitato davanti al testimone, non ha avuto il coraggio di farsi bandiera di un sovvertimento necessario. Comprensibile, forse. Ma fatale.
La stragrande maggioranza è stata cancellata da un potere satrapico che si dava proprio questo compito: uccidere le menti prima che potessero esprimersi. Non con la violenza fisica, ma con l’emarginazione, il discredito, l’esclusione sistematica. Un potere locale che funzionava – e in molti casi funziona ancora – come un sistema immunitario perverso: riconosceva il talento autonomo come un corpo estraneo e lo aggrediva fino a neutralizzarlo. Chi non si piegava veniva isolato. Chi non si allineava veniva reso invisibile. Chi osava pensare con la propria testa veniva espulso dal gioco prima ancora di potervi partecipare.
È questo il vero dramma delle zone interne del profondo Sud. Più che la mancanza di strade e di treni, vale il male della desertificazione delle coscienze operata da chi ha governato questi territori come feudi personali. La speranza – si usa dire – corre sulle gambe degli uomini. Ma quando quegli uomini vengono abbattuti, uno ad uno, la speranza non ha più gambe su cui correre. Rimane ferma. A farsi coprire dalla polvere e dalle ragnatele.
Emilia Cirillo pregava perché per l’Irpinia fosse fatta una nuova volontà. Io mi sono chiesto se i sentieri della transumanza — e con essi un intero modo di abitare il mondo — debbano essere lasciati inghiottire dal silenzio. Le risposte, se mai verranno, non potranno nascere da un potere simile a quello che ha prodotto questo deserto. Ma dovranno nascere da intelligenze nuove, libere, che nessun potere malvagio riesca più a spezzare.
Che questa terra odorosa di fieno e di castagne, ruvida e tenera, povera e generosa possa ancora partorire menti capaci, che qualcuno abbia il coraggio di proteggere! Questa è la nuova, intensa preghiera che noi, contadini stanchi e delusi, raggomitolati nel grembo di questa madre profumata e dura, dobbiamo – con fede – innalzare al cielo.



