Il ponte indispensabile: dai piani di zona all’economia sociale

L’approvazione del primo Piano Nazionale d’Azione per l’Economia Sociale continua a sollevare un forte interesse. Trasferendo l’analisi al nostro territorio, sorge spontanea una domanda: quali sono gli attori istituzionali prioritari per dare reale impulso al settore in Irpinia?

La risposta porta direttamente agli Ambiti Territoriali Sociali (ATS), responsabili della programmazione del welfare locale. Al loro fianco, i soggetti dell’Economia Sociale e del Terzo Settore agiscono come partner operativi insostituibili per la co-progettazione e l’erogazione dei servizi, stringendo un legame indissolubile con la pianificazione pubblica.

Dall’intesa tra ATS ed Economia Sociale non scaturisce soltanto benessere per la comunità, ma si innescano leve economiche decisive: occupazione stabile, radicamento territoriale e un significativo effetto moltiplicatore delle risorse pubbliche.

Nel contesto irpino, tuttavia, il livello di attività e la capacità progettuale dei vari Piani di Zona differiscono notevolmente. La causa principale risiede nella forma giuridica e gestionale scelta dagli Ambiti per organizzare i propri servizi: le realtà che hanno trasformato il Piano di Zona in un ente autonomo (Consorzio o Azienda Speciale Consortile) operano in maniera più continuativa rispetto agli Ambiti gestiti tramite semplice convenzione tra Comuni.

Tra le strutture storicamente più consolidate figura l’Ambito A05 (Atripalda / Valle dell’Irno e Medio Calore – Consorzio A05). Essendo stato tra i primi a dotarsi di una governance autonoma, garantisce una presenza costante sul territorio nella programmazione dei servizi di welfare, nei bandi per l’infanzia, nei centri antiviolenza e nella gestione dei fondi per la non autosufficienza.

L’Ambito A03 (Alta Irpinia – Consorzio dei Servizi Sociali Alta Irpinia) copre invece un territorio vasto (25 Comuni) fortemente esposto allo spopolamento e alle fragilità delle aree interne. Qui si concentrano significative esperienze di cooperazione comunitaria e di gestione di beni e terreni in rete con il Terzo Settore.

Nel frattempo, l’Ambito A01 (Ariano Irpino / Ufita / Baronia – Azienda Speciale Consortile A01) ha compiuto negli ultimi anni il passaggio strategico verso la forma aziendale autonoma.

Rimaniamo invece di fronte a quadri più complessi nell’Ambito A04 (Avellino e Comuni limitrofi – Azienda Speciale Consortile A04), che comprende il capoluogo e gestisce la mole più consistente di risorse e utenza, così come negli Ambiti A02 e A06 (Area Vallo di Lauro – Baianese – Partenio). Sebbene queste ultime zone vantino una spiccata presenza di associazionismo e progetti di riutilizzo sociale dei beni confiscati alla criminalità, risentono ancora delle frequenti ridefinizioni territoriali e della frammentazione amministrativa tra i piccoli Comuni.

In sintesi, i Piani di Zona più attivi e “bancabili” della provincia si confermano quelli gestiti tramite Consorzio o Azienda Speciale Consortile. Tali enti dispongono infatti di un Ufficio di Piano strutturato, con assistenti sociali ed esperti di progettazione dedicati.

Laddove l’Ambito resta affidato alla gestione diretta del Comune capofila e del suo personale ordinario, il sovraccarico burocratico rischia di soffocare la programmazione a lungo termine, riducendo l’azione pubblica alla sola gestione delle emergenze.

Procedendo per gradi, è opportuno abbandonare il piano generale per concentrare l’attenzione su un caso studio emblematico: il “costo del non fare” nell’Ambito A04.

Per comprendere a fondo la posta in gioco, occorre analizzare da vicino la storia dell’Ambito A04 (Avellino e Comuni limitrofi). Si tratta del comparto più rilevante della provincia: comprende il capoluogo, raccoglie il volume più alto di risorse e si rivolge alla platea di utenti più numerosa. Eppure, per anni è rimasto imbrigliato nelle rigidità burocratiche e nelle vicende politiche del Comune capofila.

Il costo di questo stallo non si misura soltanto nelle risorse eventualmente restituite o nei capitoli di spesa non impegnati in tempo per i bandi regionali ed europei. Il prezzo più alto si paga in termini di opportunità perse: servizi non erogati alle famiglie, posti di lavoro qualificati andati in fumo e una cronica difficoltà nell’intercettare i fondi PNRR e comunitari.

Oggi, la nascita e il decollo dell’Azienda Speciale Consortile A04 rappresentano un passaggio fondamentale per rimettere in moto l’intero apparato. Tuttavia, il cambio di forma giuridica da solo non basta! Occorrerebbe un’autentica svolta culturale. Se l’Ambito A04 non assumerà l’Economia Sociale come pilastro dello sviluppo locale, si continuerà a rincorrere l’emergenza anziché costruire il futuro del territorio.

Riallargando lo sguardo, per evitare che il Piano Nazionale per l’Economia Sociale rimanga una cattedrale nel deserto, occorre far leva sullo strumento programmatico per eccellenza già presente nei territori: i Piani di Zona.

È all’interno degli Ambiti Territoriali Sociali che la Pubblica Amministrazione e le realtà del Terzo Settore devono sedersi allo stesso tavolo, non più soltanto per distribuire risorse emergenziali, ma per co-programmare lo sviluppo locale.

I Piani di Zona devono diventare il laboratorio in cui il Piano Nazionale prende vita: la sede in cui superare la frammentazione degli enti locali, mettere in rete le competenze, valorizzare i beni confiscati e trasformare il welfare da mero costo assistenziale a investimento produttivo e occupazionale per le giovani generazioni.

Se i Piani di Zona non integreranno l’Economia Sociale come colonna portante della programmazione locale, il Mezzogiorno continuerà a inseguire sporadici bandi senza mai strutturare una visione strategica duratura.

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