Il Chiostro di Michelangelo e i Pennoni di Hitler
Superate le monumentali Aule superstiti delle Terme di Diocleziano, varcata la soglia della Certosa cinquecentesca, percorsi i lunghi corridoi, ti si apre alla vista e al cuore col suo spazio immenso. Il Chiostro di Michelangelo, uno dei più grandi d’Italia con i suoi 10.000 metri quadrati, cento colonne e vialetti ortogonali.
Michelangelo aveva ottantasei anni quando, da Papa Pio IV Medici, gli fu commissionato di progettare una chiesa e una certosa nell’area delle Terme di Diocleziano, tuttora complesso monumentale unico al mondo per dimensioni ed eccezionale conservazione.
I lavori del Chiostro, iniziati un anno dopo la morte di Michelangelo, produssero la meraviglia nella quale ti puoi immergere appena a pochi metri dalla stazione, in Piazza della Repubblica. Uno dei punti più attraversati di Roma. Traffico, valigie trascinate, in corsa per un taxi, non tutti sanno che, al di là della facciata in laterizi della Basilica di Santa Maria degli Angeli, si apre la più grande sala espositiva a cielo aperto della città. Frammenti architettonici, sarcofagi, stele.
E silenzio. Un silenzio irreale, mentre fuori c’è la vita della Roma che vive ignara della responsabilità che ha sulle spalle per il suo passato.
Il senso di pace e di armonia ti prende mentre attraversi il colonnato nella perfetta geometria dei giardini. E avverti lo sperdimento di stare in un luogo di duplice storia, sovrapposizione di epoche fantastiche. Età imperiale e Rinascimento.
E così, esci su Piazza della Repubblica. Con il silenzio del bello ancora nelle orecchie, alzi lo sguardo al cielo con negli occhi gli archi a tutto sesto del colonnato. E li vedi. Monito lugubre, a ricordarti che il 1938 era solo ieri.
I pennoni di Hitler. Eretti intorno alla Fontana delle Naiadi per il corteo trionfale in occasione della visita di stato di Hitler. Ventidue pali portabandiera di bronzo, alti più di venti metri, con alla base l’incisione SPQR e sormontati da aquile romane in bronzo.
In cima ad essi sventolarono le bandiere con la svastica nazista.
E di nuovo ti prende lo smarrimento per l’ulteriore sovrapposizione temporale. E per il pensiero della contrapposizione tra la solidità delle pietre romane e rinascimentali e l’oscena finzione di grandiosità voluta dal regime che mortificò l’autenticità di Roma.
Per accreditare il fascismo come diretto erede dell’Impero Romano agli occhi di Hitler.
Il complesso delle terme di Diocleziano inquinato e “impacchettato” da scenografie in legno e gesso dipinte a finto marmo, colonne finte, aquile monumentali posticce. La stazione Ostiense, incompleta dei lavori in vero travertino, a tempo di record imbellettata, con strutture e statue in legno e cartongesso per accogliere il dittatore.
“Povera Roma mia de travertino, t’hanno vestita tutta de cartone pe’ fatte rimirà’ da ‘n imbianchino”. Così una delle ultime pasquinate, feroce satira del popolo romano, che non riuscì a sommergere la tragedia con una risata.
Confusa, sperduta tra piani così diversi della storia, penso che il pericolo di oggi viene da un vuoto interiore, da una malattia dell’anima collettiva e non da un nuovo dittatore.
E allora mi chiedo se la memoria storica, la cultura e l’arte bastino a tenere insieme la società. Mi chiedo, ancora, se amare il bello delle testimonianze del passato per connettersi con la storia e spaventarsi della violenza ci servirà per rivendicare la nostra umanità. Diventando così un atto salvifico di resistenza emotiva.
E mentre penso questo, convinta sorrido.
Da qualche giorno il “Nido dell’Aquila” in Baviera è bruciato e il fuoco ha devastato il simbolo del malefico potere distruttivo. Non che si debba applaudire a gesti distruttivi dei simboli della memoria. Ma non posso non tornare con la mente al Chiostro di Michelangelo che tramanda la sua perfezione e ci suggerisce di trovare un senso diverso della vita nella storia e nella bellezza.



