Quando si riuscì a guardare la luna
C’è un episodio nella storia di Napoli che meriterebbe di essere studiato nelle scuole e meditato nei palazzi della politica. Un episodio che parla di unità, di coraggio e di intelligenza collettiva. E che, letto alla luce delle cronache di questi giorni – con l’ennesimo scontro tra governo e magistratura – suona come un monito tanto limpido quanto inascoltato.
Siamo nel 1547. La Spagna, la superpotenza dell’epoca, tenta di imporre il tribunale dell’Inquisizione a Napoli, suo viceregno. In tutta Europa, nessuno ha osato opporsi. Napoli, invece, si ribella. E lo fa in un modo che non ha precedenti: il popolo scende in piazza, l’aristocrazia si schiera al suo fianco, gli intellettuali – giuristi, filosofi, letterati – si mettono alla testa della protesta. Non la subiscono, non la osservano dai loro studi. La guidano. Le danno forma. La trasformano da tumulto in movimento politico.
Il risultato è straordinario. Il cattolicissimo re di Spagna – dove l’Inquisizione risulterà la più potente e la più longeva d’Europa – fa un passo indietro. Concede ai napoletani la dispensa, che non darà a nessun altro. Non per generosità, ma per calcolo: quella città unita è semplicemente ingovernabile con la forza. Un popolo in rivolta senza guida si può reprimere. Un’élite dissidente senza popolo si può isolare. Ma le due cose insieme formano un muro che nemmeno una superpotenza può abbattere.
La lezione è cristallina. L’unione trasversale – tra chi ha la forza dei numeri e chi ha la forza delle idee – genera una potenza politica irresistibile. È, se vogliamo, la versione storica e concreta di quella formula che tutti conosciamo: l’unione fa la forza. Banale a dirsi, pressoché impossibile – nello scenario sociopolitico dei nostri giorni – a farsi.
Inquieta non poco, facendo un salto di cinque secoli, guardare all’Italia di oggi. Le piazze bruciano. La guerriglia urbana impone al Paese una discussione urgente su sicurezza, legalità, limiti della protesta. Il governo interviene con nuove norme, inasprimenti, strette. Si può discutere se siano le misure giuste, se siano sufficienti, se siano proporzionate. È sacrosanto farlo. Siamo in democrazia.
Ma invece si registra – e non è certo la prima volta – qualcosa di diverso dalla discussione. È uno scontro rituale, un copione che si ripete identico da anni. Il governo vara le norme, l’Associazione Nazionale Magistrati le definisce “miopi” e parla di “scorciatoie” che «intasano le aule giudiziarie e esasperano le criticità degli istituti di pena». Il partito di maggioranza replica accusando l’ANM di agire come “forza di opposizione”. Le forze dell’ordine individuano l’ispiratore della guerriglia urbana e lo consegnano al magistrato. Il Gip lo scarcera perché non ha incitato alla violenza. La premier: «È vergognoso». L’ANM: «Attacco scomposto». Tutto decisamente incredibile. Allucinante. Raccapricciante.
E il risultato? Solo un eterno match che si autoalimenta. E il problema? Resta lì, intatto, sullo sfondo. Non questione bruciante e vitale della vita civile. Ma semplicemente materiale da tappezzeria.
Il punto non è chi abbia ragione nel merito. Il punto è l’effetto che questa contrapposizione permanente determina. Ed è un effetto devastante. Che produce l’indebolimento strutturale di qualsiasi risposta normativa, prima ancora che venga applicata. Se chi deve applicare le leggi le considera inadeguate e lo dichiara pubblicamente nel pieno dell’emergenza, quale deterrente possono esercitare quelle norme? Quale messaggio arriva a chi devasta le piazze, se non che il sistema è diviso e quindi vulnerabile?
È esattamente la lezione di Napoli, ma capovolta. Adottata in negativo. Se nel 1547 la convergenza tra popolo e intellettuali generò una forza capace di piegare un impero (e che impero!), oggi la divergenza tra le istituzioni genera un’impotenza capace di paralizzare una nazione. Immaginiamo per un momento cosa sarebbe accaduto se, davanti alla Corona spagnola, gli intellettuali napoletani avessero litigato pubblicamente con l’aristocrazia, accusandosi reciprocamente di miopia e di opportunismo. L’Inquisizione sarebbe entrata a Napoli senza colpo ferire.
C’è una differenza fondamentale tra discutere per costruire e contrapporsi per principio. Tra il confronto che cerca una sintesi e lo scontro che cerca una vittoria di parte. L’Italia di oggi sembra aver dimenticato questa differenza. E finché governo e magistratura continueranno a trasformare ogni emergenza in un’occasione di posizionamento reciproco, in un ring sul quale esibire la propria forza muscolare, i cittadini pagheranno un prezzo estremamente alto. Sia quelli che nelle piazze ci vivono, ci lavorano, ci camminano e chiedono di poterlo fare in sicurezza e tranquillità. Sia coloro che pensano, semplicemente, che i poteri dello Stato dovrebbero agire in sintonia. Che dovrebbero convergere a disegnare, per la comunità, un orizzonte di possibile serena e proficua esistenza.
I napoletani del Cinquecento – popolo da sempre sottoposto a dominazioni, schiacciato in quel momento dal tallone pesante di un impero che lo aveva ridotto a sua colonia – trovarono, pur in una condizione storica di grave difficoltà, la lucidità di guardare alla luna e non al dito. Di capire che, nelle circostanze decisive, le divisioni sono un lusso che non ci si può permettere. E agirono di conseguenza. Operarono insieme e concordi.
Noi, figli progrediti, eruditi e informatissimi del ventunesimo secolo, quella lucidità l’abbiamo smarrita. Misuriamo i nostri successi in consensi, i nostri consensi in like, le nostre ragioni in appartenenze. Non cerchiamo soluzioni. Cerchiamo vittorie di parte. Non costruiamo argini. Scaviamo trincee. E lo facciamo con la ferocia cieca di chi ha sostituito il pensiero con l’ideologia e la politica con il tifo.
I napoletani del Cinquecento non avevano né social né sondaggi. Avevano però qualcosa di un particolare valore: la coscienza di un destino comune.
Noi, evidentemente, no.



