Pulcinella: un ritratto irpino

Il nostro conterraneo, Carlo del Balzo, nella sua splendida opera Napoli e i napoletani, ci dà anche un’immagine estremamente viva ed efficace di Pulcinella. Sorprendente la descrizione. Al di là del valore letterario dell’opera.

Pulcinella, nato in Acerra da Paolo Cinella, come ci racconta la tradizione, si ficca un po’ dappertutto nella vita del popolo napoletano. Pulcinella , col suo berrettone piramidale di lana bianca, con la sua maschera nera dal gran naso – la quale, arrestandosi al labbro superiore, concilia la massima immobilità con la mas­sima mobilità – con la sua camicia bianca e i suoi pantaloni bianchi, più che una maschera fredda ed insipida, è una persona viva ed onnipresente.

Pulcinella è vivo e tutte le altre maschere sono morte. Pulcinella è vivo e Stenterello è morto. Pulcinella è vivo ed è morto Gianduia. Ed è morto Arlecchino. Ed è morto Pantalone. Oh bella! Indaghiamo, un po’ insieme, perché Pulci­nella è rimasto re asso­luto della scena popolare.

La ragione è ovvia ed è questa: Pulcinella è la più completa rappresenta­zione del grottesco.

Mi pare che tutti ora ci siamo intesi sul signi­ficato di questa parola. Il grottesco incomincia quando il serio si mesce col ridicolo; quando la figura muore nella cari­catura; quando, a dirla con un pittore, alla figura si danno le grucce. Pulcinella è vivo, perché è la caricatura più completa dei pregiudizi, dei vizi e delle abitudini della ple­be. Perché , in fondo in fondo, al di sotto della sua camicia bianca, si vede l’uomo, torturato dal­la lotta di ogni giorno. Perché al di sotto della caricatura scappano anco­ra i lineamenti della figu­ra. E ciascuno, qua e là, vi può leggere un po’ di storia umana.

Tutte le altre ma­schere rappresentavano una parte, sostenevano una fatica, come si direbbe in gergo teatrale. Pulcinella , al contrario , rappresenta tutte le parti, e sostiene tutte le fatiche. Egli è un carattere che non ha carattere, appunto perché non deve esprimere la caricatura di questo e di quello, ma la caricatura dell’uomo. Egli in un momento è furbo, in un altro momento è ottuso. È capace di rubare, senza scrupoli, il suo padrone, ma, un’altra volta, divide con il primo venuto la poca moneta che si trova in saccoccia. Ha paura del diavolo, crede ai miracoli, alla iettatura, alle fattucchierie, e, quando gli torna, mena in canzone tutto que­sto mondo misterioso e spaventevole. Ora è insolente ed ora timido; ora ingenuo ed ora consumato nelle arti della seduzione; è geloso e si burla di chi si mostra geloso; è sensuale, ma è capace di sacrificarsi per la fanciulla che ama; ora è egoista ed ora spende le sue astuzie per difendere chi è debole; non sa nulla e fa tutto; è intolle­rante di freno, eppure serve chi meglio lo paga; lascia la livrea e fa il medico; la­scia di fare il medico e fa il poeta, e, se gli capita, anche l’uomo celebre, e sempre per gabbare il prossimo e campar la vita.

E cosa è questo guazzabuglio di vizi e di virtù, che cosa è questa perpetua trasfor­mazione ? È il cuore umano, nel quale chi crede di sapervi leggere meglio non sa nemmeno compitarvi.  È la lotta per l’esistenza. È ­la vita umana, sintetizzata in un solo attore, più simbolo che maschera, che ride, ride sempre, perché ridendo può dire la verità.

Pulcinella è il poeta satirico del po­polo. Amleto pensa ed esclama scoraggiato: «È questione di essere o di non essere!» Pulcinella ride e, una volta che è, pensa di essere il meglio che è possibile. Ed il popolo gli vuol bene, perché in fondo al chiasso ed alle pulcinellate ci sente un non so che di buon senso, ci sente la filosofia spicciola della vita. Perché il suo Pulcinella è sempre spensierato , non piange mai, ed ha sempre un motto di spi­rito sulle labbra.

E bisogna andare al San Carlino non solo per vedere e udire Pulcinella, ma per vedere e studiare il pubblico di Pulcinella.

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